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«Le prime banche che andranno in crisi le lasceranno colare a picco, senza muovere un dito: lo Stato ha bisogno di far vedere che non ci aiuta. Dirò di più, se posso permettermi: penso che sia nostro interesse che alcune banche chiudano. Daranno la sensazione che il caos è al culmine ma da domani sembrerà un ricordo».

Chissà se domani sembrerà un ricordo anche il nostro Montepaschi e il caos bancario di inizio 2017. Certo suonano anche per noi le parole di Bobbie Lehman all’indomani del giovedì nero del 1929, così come ricreate nella Lehman Trilogy di Stefano Massini (ultima regia di Luca Ronconi, tornata in scena a Roma a fine 2016 e al Piccolo di Milano in questo effervescente inizio d’anno bancario). Andrebbero fatte leggere nelle scuole, in un Paese che sta nazionalizzando la sua banca più antica caduta nella polvere e rischiando la sua stabilità sui conti sofferenti degli istituti di credito; che lamenta il proprio analfabetismo finanziario – insieme all’altro, quello funzionale indagato e denunciato dal compianto Tullio De Mauro – e si impegna a risarcire con risorse pubbliche investimenti privati sbagliati o inconsapevoli, decidendo implicitamente che le vittime delle banche che hanno bruciato i propri risparmi meritano più tutela delle vittime di una crisi aziendale che perdono il proprio posto di lavoro. E quelle parole andrebbero fatte leggere e commentare agli economisti, alle prese non solo con i fallimenti delle proprie profezie ma anche con quelli della propria capacità di parola: da anni ormai il teatro e il cinema (da Wall Street a La Grande Scommessa) ci spiegano le cose dell’economia meglio degli addetti ai lavori accademici. La diagnosi sulla scena della Lehman Trilogy è precisa e chirurgica: le prime banche facciamole fallire, dice il rampollo Lehman. Prosegue poi, cinicamente: non aiutiamoli, se ci chiedono prestiti. Alla fine della storia, Lehman Brothers sarà vittima dello stesso meccanismo: il 15 settembre del 2008, il suo fallimento sarà necessario perché poi si corra ai ripari, e parta il bail out (salvataggio) delle altre. «Nel ’29 noi non salvammo nessuna banca», ricorda il fantasma di Bobbie mentre nel quartier generale della banca d’affari, non più gestita dalla famiglia, va in scena l’ultimo atto. 

(…)

La grande recessione iniziata nel 2008 non ha prodotto un passaggio storico paragonabile a quello del New Deal, nei rapporti tra Stato e mercato. Qualcosa è successo, ma in modo differente tra le due sponde dell’Atlantico, con un interventismo pragmatico di Obama e una reazione hooveriana – il presidente Usa Hoover nella Grande depressione aiutò più la finanza che i disoccupati – della classe dirigente europea, con le politiche di austerità. (….)

Tutto questo sembrava che non ci riguardasse, fino al brusco risveglio cominciato in provincia, con quattro piccole banche ormai famose (Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di risparmio di Chieti e Cassa di risparmio di Ferrara) portate al fallimento – è di qualche giorno fa la notizia che quel che resta delle prime tre è sul mercato, e per loro è stata presentata un’offerta complessiva di un euro – e culminato con la nazionalizzazione del Monte dei Paschi di Siena. E qualcuno dice che siamo ancora all’inizio, altra polvere c’è sotto il tappeto tra le potenti popolari di provincia e i blasonati grandi gruppi, a partire da Unicredit. Cosa è successo? Come nel prototipo Lehman, si sono lasciate fallire alcune banche per salvarne altre? E come si è passati in pochi mesi dal vanto – generalizzato – di avere un sistema bancario solido, al caos attuale?

L’articolo completo su Lehman, banche e Monte dei Paschi lo trovate su Left in edicola dal 21 gennaio

 

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