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Nessuno sa cosa succederà nelle strade del Cairo oggi, il 25 gennaio. Se qualcuno sfiderà i carri armati che nelle date delle ricorrenze di solito blindano piazza Tahrir, circondati da soldati a fucile puntato. Se qualcuno dipingerà qualche faccia di un ormai martire sul muro. Nessuno sa se, per l’anniversario di questa rab’ia, primavera scoppiata nel 2011, in cui scesero in piazza soprattutto i giovani, qualcuno riuscirà 6 anni dopo, ancora a urlare e chiedere come allora «pane, libertà, dignità e giustizia». È un solstizio politico sempre più cupo e tutti credono di no.
Qualcuno, questo 25 gennaio, sarà a Roma, a ricordare l’anniversario di una fine, di una morte, altrettanto giovane, come quell’inizio di rivolta della società civile. Qualcun altro sarà al Cairo: forse quasi nessuno per strada, per la quantità di divise che ci saranno in giro a perquisire, forse quasi tutti a casa. Altri ancora, migliaia, saranno in cella. Molti saranno nella prigione di Tora. Dalle descrizioni che si leggono nel dossier giallo Amnesty, Tora assomiglia più a una morgue per vivi che a un carcere. Qualcuno la chiama come si deve: “inferno”.

«Pensi di avere un prezzo? Possiamo ucciderti, metterti in una coperta, gettarti in un qualsiasi cassonetto e nessuno chiederà di te». È quello che è stato detto a uno dei detenuti da uno degli agenti della Nsa, l’ex Ssi, i servizi di sicurezza dello Stato di Mubarak. L’imperativo è quello di far confessare i reati mai commessi di affiliazione a gruppi islamici, all’Is o ai Fratelli Musulmani, per essere incriminati in seguito durante il processo. E se la tortura non funziona, si minaccia di far sparire, incriminare o uccidere famiglia, amici, parenti di chi si oppone. La situazione peggiorerà ancora, perché lo scorso novembre 596 membri del Parlamento hanno votato a favore di un ulteriore ampliamento del potere del mukhabarat, dei servizi di sicurezza. Il Cairo è una città serrata come le sue celle, con le ong chiuse, dove la legge sul mukhabarat è seconda solo ad un’altra legge: un nuovo regolamento che vieta i finanziamenti dall’estero, notizia già scolorita ma che ha reso le associazioni civili sempre più latitanti, assenti.

Il 25 gennaio del 2014 sessanta tra quelli che decisero di ricordare e celebrare l’anniversario di sawra, rivoluzione, pagarono questa decisione con la vita. Tre anni dopo, nel 2017, qualcuno ha gli occhi chiusi per non vedere, qualcun altro perché bendato, perché è questo che ti aspetta se sei un desaparecidos mediorientale nel Paese dei faraoni in divisa verde. Se sei tra i prigionieri invece sei tra gli ammanettati. Quasi tutti con i cavi elettrici attaccati al viso, al corpo, ai genitali. Ecco, qualcuno passerà il 25 gennaio così, sospeso per gli arti, con corde che lo tengono legato mentre pende dal soffitto di una cella in cui l’Egitto ha rinchiuso la sua gioventù migliore.

A gennaio 2016 le sparizioni forzate e la tortura come routine delle forze dell’ordine hanno battuto ogni record per “mutilare” la società civile, con svolte “senza precedenti” nella criminalizzazione dei membri delle ong per i diritti umani. Lo dice l’ultimo dispaccio di Human Right Watch, reso pubblico solo pochi giorni fa. Per «l’escalation di repressione» in atto in Egitto, per «l’assenza di risposte da parte della comunità internazionale» – che dovrebbe almeno riconoscere «che la situazione è degenerata ben oltre il livello di repressione che esisteva nel Paese prima del 2011» -, Joe Stork, della Hrw, chiede (come molti prima di lui hanno fatto, senza risultato) «un intervento coordinato, concertato» di tutti, prima che «la società civile egiziana finisca del tutto underground». Nascosta, sotterranea. O come si dovrebbe davvero leggere: sotto terra.

Sequestro, scomparsa, tortura, violenza, morte sono «le tattiche spietate e scioccanti a cui le autorità egiziane ricorrono per terrorizzare e ridurre al silenzio i dissidenti, i manifestanti. Le sparizioni forzate sono uno dei principali strumenti dello stato di polizia in Egitto. Chiunque osi prendere la parola è a rischio e il contrasto al terrorismo è usato come giustificazione per rapire, interrogare, torturare», spiega Philip Luther, direttore di Amnesty per le aree del Medio Oriente e Africa del Nord. Tutto questo ha reso l’Egitto secondo solo alla Cina per il numero di giornalisti in carcere, detenuti senza processo e condannati. È tutto noto, tutto già battuto e ribattuto, ma va riscritto perché un anniversario, se serve a qualcosa, serve a questo: a fare i conti col tempo che passa e le sue responsabilità amplificate dal calendario e dagli orologi.

Da un anno il 25 gennaio è anche un anniversario italiano, e non solo egiziano. Un anno fa, in quei giorni, una scheggia di quella primavera che sei anni prima stava destituendo Mubarak è finita in un brillante ricercatore friulano e nelle sue ossa rotte. Alexander Stille, sul Guardian, scrisse che il suo funerale «aveva trasformato una cittadina di meno di cinquemila abitanti in una specie di assemblea generale delle Nazioni Unite. Un omaggio alla vita breve, ma da cittadino del mondo, del ricercatore italiano». La storia di Giulio Regeni rimarrà ormai legata per sempre a quella degli egiziani, religiosi o laici, giovani o vecchi, che in questo momento sono ancora legati alla “griglia”. La griglia è una sbarra a cui vengono legati, per braccia e gambe, e fatti poi ruotare tenuti in equilibrio tra due sedie, i detenuti politici di al Sisi. Questa tortura, che era così diffusa sotto Mubarak, ha conosciuto nuovi picchi di utilizzo durante il suo governo.

Per spiegare cos’è veramente una prigione nel Paese delle piramidi, forse, vale ancora la battuta dell’ex agente della Cia Robert Baer, che ancor prima che le primavere arabe scoppiassero a sconvolgere vite, mappe, e geografie, aveva detto: «Se vuoi un interrogatorio serio, mandi il prigioniero in Giordania. Se vuoi che lo torturino, lo mandi in Siria. Se vuoi che il prigioniero scompaia e nessuno lo veda mai più, lo mandi in Egitto». E all’epoca, nel 2004, non si conoscevano ancora questi numeri: 1.250 sparizioni forzate nel 2015, che diventavano migliaia solo un anno dopo, nel 2016.

«Se vuoi un interrogatorio serio, mandi il prigioniero in Giordania. Se vuoi che lo torturino, lo mandi in Siria. Se vuoi che il prigioniero scompaia e nessuno lo veda mai più, lo mandi in Egitto».

«C’è una strada che il governo ha cercato di seguire, quella della fermezza e della richiesta di cooperazione. Ultimamente ho visto segnali molto utili dall’Egitto, spero che si sviluppino, la collaborazione tra la Procura di Roma e la Procura generale del Cairo ha prodotto dei risultati», ha dichiarato il premier Paolo Gentiloni un attimo prima che finisse il 2016. E a Roma lo scorso dicembre il procuratore generale del Cairo Ahmed Nabil Sadek non ha portato nuovi indizi, nuove prove sul caso Regeni. Ma ha definito Giulio un «portatore di pace» e 36 ore dopo se n’è andato. Sono parole che comunque smentiscono quella somma di epiloghi e depistaggi narrati da mille voci ingiuste, bugie numerate e spedite dal Cairo dal febbraio 2016 in poi: Giulio è stato prima una spia, poi un drogato, e poi vittima di una tragica fine di una storia omosessuale.

Dopo il ritrovamento del suo corpo il 3 febbraio ai bordi di un cavalcavia – un cadavere con cui si è giocato a tiro a segno, dove si è scritta più volte la lettera x – i passi avanti sono stati soprattutto grazie alle parole di due donne: la madre di Giulio e la sua legale, Alessandra Ballerini, ma non dello Stato italiano che ha smesso di esercitare pressione sull’Egitto. «Non lo stiamo premendo, anzi, l’obiettivo comune tra i due Paesi sembra quello di normalizzare i rapporti tramite una verità che non sia incredibile, come tutte quelle presentate finora, né che sia una verità scomoda, cioè una verità che riguardi solo poche mele marce nel cesto sano». Cioè che l’omicidio Regeni non sia «arrivato da un ordine superiore, da un deus ex machina. Una verità secondo cui alcuni membri delle forze dell’ordine possano aver agito autonomamente, senza responsabilità giudiziaria» spiega il portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury.

Forse il premier Gentiloni, allora ministro degli Esteri, si riferiva pochi giorni fa alle recenti dichiarazioni di Mohamed Abdallah, capo del sindacato degli ambulanti, che ha ribadito di recente in un’intervista di aver parlato di Giulio ai servizi segreti. Mohamed Abdallah e cioè l’uomo che Giulio aveva definito «una miseria umana» nei suoi diari. Ma le sue dichiarazioni erano note ormai da mesi e «la Procura è dovuta intervenire due volte negli ultimi 30 giorni per ribadire che non c’erano nuovi sviluppi nelle indagini, passi avanti significativi», rammenta Noury. La verità rimane sospesa. È sempre lì dove qualcuno l’ha nascosta e dove qualcuno sta continuando a cercarla. «Il caso di Giulio dovrebbe rimanere lì dove dovrebbe stare, in Egitto, non estrapolandolo dal contesto generale della violazione diffusa». Ma del dossier di Amnesty, continua ancora Noury, si può soprattutto dire che è stato “ignorato”. Il dossier chiede di fare pressione sull’Egitto e lo chiede a tutti gli Stati, «soprattutto a quelli che hanno legami diplomatici, commerciali o di altro tipo con l’Egitto». A incontrare Abdel Fattah al Sisi ultimamente è stato l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi, per presentare un piano di sviluppo del giacimento di Zohr e aree limitrofe, per un investimento che supera i due miliardi di dollari. Anche questo è un anniversario, perché nei giorni in cui spariva Giulio, un anno fa, nella stessa città si brindava alla scoperta e allo sfruttamento di uno dei più grandi giacimenti del Medio Oriente.

Un anno dopo quelle coincidenze, quei chilometri e quei giorni, da Roma al Cairo, il volto, il nome di Giulio Regeni si è spostato di molto, anche se il suo governo, il suo caso e le sue indagini non l’hanno fatto. Con una richiesta di verità che vuole essere definitiva, che si è allargata veloce, a cerchi concentrici tra le società civile italiana ed è arrivata un anno dopo fino a qui, a ricordarlo il 25 gennaio, quando quella egiziana, oggi, non può farlo.

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