Left chiede ai parlamentari delle sinistre una mozione unitaria che impegni il governo a riconoscere, subito, lo Stato di Palestina. Come si è impegnato a fare il candidato dei socialisti francesi, Benoît Hamon, negli Usa il socialista ebreo Bernie Sanders e in Gran Bretagna il segretario del Labour Jeremy Corbin, come ha ribadito il leader di Podemos Pablo Iglesias. Perché mai come in questo caso “essere di parte” è doveroso. È di sinistra.

Discontinuità in politica estera? Un atto di sinistra che riconnetta idealità e concretezza, riattualizzando una storia che viene da lontano, per la quale e nella quale “essere di parte” non era, e non è, espressione di un pregiudizio ideologico ma saper distinguere tra carnefici e vittime, oppressi e oppressori. Essere “per” e non “contro”. Una sinistra che non crede in una pace senza giustizia, una sinistra sanamente internazionalista, oggi ha un atto da compiere. In Parlamento e nelle piazze: chiedere al governo italiano di riconoscere, subito, lo Stato di Palestina. Riconoscerlo unilateralmente come hanno fatto, da tempo, altri governi e Parlamenti europei. Unilateralmente. Perché di fronte alla deriva etnocratica d’Israele, a un fondamentalismo ebraico che nega diritti, rapina terre, calpesta dignità e uccide speranze, a una destra ultranazionalista e annessionista che realizza un regime di apartheid nei Territori occupati, l’Italia deve riconoscere ai Palestinesi il diritto di poter vivere, da donne e uomini liberi, in uno Stato indipendente: lo Stato di Palestina, con Gerusalemme Est come sua capitale.

Come si è impegnato a fare il candidato dei socialisti francesi, Benoît Hamon, se dovesse essere lui il nuovo inquilino dell’Eliseo. Come ha chiesto negli Usa il socialista ebreo Bernie Sanders e in Gran Bretagna il segretario del Labour Jeremy Corbin, come ha ribadito il leader di Podemos Pablo Iglesias: «Il governo del Pp deve riconoscere in modo unilaterale e incondizionato da parte della Spagna, uno Stato palestinese come primo, indispensabile passo per dare soluzione al conflitto». L’Italia non può restare prigioniera della “lobby israeliana”, per la quale ogni critica di merito agli abusi perpetrati nei Territori da un esecutivo di falchi, significa essere “antisemiti”, né può rimandare un atto di giustizia alla improbabile ripresa di un negoziato diretto tra le parti. Col sostegno dell’inquilino della Casa Bianca, Netanyahu sta realizzando lo “Stato dei coloni”, edificato di fatto in Cisgiordania. «Diversi Paesi hanno riconosciuto lo Stato Palestinese, come la Svezia e il Vaticano, ci sono anche 12 Parlamenti nazionali, compreso quello italiano, che hanno chiesto ai propri governi di riconoscere il nostro Stato… Chiediamo ora che questi governi, compreso quello di Roma, riconoscano la Palestina». Così aveva affermato il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, poco prima del suo incontro a Betlemme con il Capo di Stato italiano, Sergio Mattarella. Era l’1 novembre 2016. È tempo di realizzare questa aspettativa. È ciò che Left si sente di chiedere ai parlamentari delle sinistre: una mozione unitaria che impegni il governo e che sia alla base di una mobilitazione della società civile organizzata. Agire in questa direzione significa anche sostenere l’altra Israele, l’Israele del dialogo, quella che nel cinquantenario della Guerra dei Sei Giorni (giugno 1967-2017) ha rilanciato, attraverso il movimento Siso (Save Israel Stop Occupation), una petizione firmata da oltre cinquecento personalità israeliane: dagli scrittori David Grossman, Amos Oz, Orly Castel Bloom, Savyon Liebrecht, Ronit Matalon, Yael Dayan, al premio Nobel Daniel Kahneman, alla cantante Noa, e poi il musicista David Broza, il filosofo Avishai Margalit e la sociologa Eva Illouz, per continuare con l’ex presidente del Parlamento, venti ex ambasciatori, docenti universitari, storici, parlamentari, drammaturghi, artisti, ex generali e alti gradi dell’esercito e dell’intelligence, ex ministri. «Noi crediamo – rimarcano i firmatari – che le aspirazioni ebraiche di istituire uno Stato siano state realizzate e debitamente riconosciute dalla comunità internazionale attraverso il Piano di spartizione adottato nel novembre 1947 dalle Nazioni Unite e successivamente da molti dei suoi membri.

Tuttavia, mentre le aspirazioni ebraiche sono state esaudite, così non è stato per le parallele aspirazioni dei palestinesi, frustrate poi dall’occupazione di Israele dei Territori palestinesi dal 1967 e dalla negazione dei diritti nazionali del popolo palestinese. Noi crediamo che, una volta sollevato dalla piaga dell’occupazione, Israele diventerà realmente uno Stato ebraico e democratico, con pari diritti umani e civili per tutti i suoi cittadini, libero di sprigionare tutto l’enorme potenziale economico, culturale, educativo del suo popolo e capace di godere pienamente del suo ruolo legittimo fra le Nazioni del mondo, vivendo in pace e sicurezza con i suoi vicini…». E per raggiungere questo obiettivo, oggi occorre riconoscere lo Stato di Palestina. Unilateralmente. Chi è d’accordo, batta un colpo. In Parlamento. Nel Paese. Left ne darà conto. Di adesioni e silenzi. Mai come in questo caso “essere di parte” è doveroso. È di sinistra.

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