La cultura non può essere consegnata alle logiche di mercato. Un prodotto può essere di grande valore culturale ma non essere redditizio e quindi occorre mettere confini fra ciò che si fa al servizio dell’umanità e ciò che si fa per profitto. La cultura è un servizio». Un sorprendente Dario Franceschini quello che a giugno 2014 in un dibattito con il presidente di Google, Eric Schmidt, parlava di cultura e turismo. Fu perfino spiazzante il ministro nell’affermare «che la cultura e il turismo non sono il petrolio del Paese, ma l’ossigeno che lo fa respirare». Che quindi le prime impressioni, non propriamente positive, di molti fossero sbagliate? Che l’allarme scattato, soprattutto tra gli addetti ai lavori, fosse soltanto l’infastidito tentativo di opporsi al cambiamento? Già perché per Franceschini, come per il suo ex presidente del Consiglio Renzi, chi è in disaccordo e mostra perplessità, è poco più che un oscurantista. In ogni caso qualsiasi speranza di una nouvelle vague del ministro, è stata annullata nel giro di pochi mesi.
«L’Italia è una superpotenza culturale e il ministero della Cultura è il più grande dicastero economico del Paese», la prima dichiarazione da ministro il 22 febbraio 2014. Quello il suo piano programmatico. Quello l’autentico Franceschini. Il rivoluzionario ministro dei Beni culturali che punta forte sulla valorizzazione con il pretesto che così la tutela possa trarne effetti benefici. Nella sostanza ridefinendo il concetto stesso di valorizzazione. Non più esplicitazione dei caratteri di ogni singolo elemento del Patrimonio. Non più miglioramento della fruibilità del singolo sito, né tanto meno incremento dei servizi disponibili. Molto di più. La nuova valorizzazione non conosce limiti, non ha restrizioni. L’obiettivo principale è fare cassa.
Musei e pinacoteche, aree archeologiche e palazzi storici trasformati da luoghi della cultura in location. Per matrimoni, presentazioni con aperitivi, cene aziendali, sfilate di moda ed anche gran balli, senza dimenticare corsi di yoga e lezioni di lirica. Qualcuno, fuori dal coro, ha provato a dire che queste operazioni, costringendo a drastiche riduzioni di orari di apertura, qualche volta perfino a chiusure, avrebbero leso i diritti dei “semplici” visitatori. Pochi hanno scritto che questo utilizzo del patrimonio storico-archeologico sarebbe stato un atto anti democratico. Tanto più grave perché realizzato proprio dallo Stato. Tutto inutile.
«Penso che in Italia ci sia un gran bisogno di campi da golf e che ci sono alcune regioni, in particolare del Mezzogiorno, che ampliando l’offerta di campi da golf riusciranno ad attrarre il turismo straniero, che oggi non si riesce ad attirare». Dichiarazione dell’aprile 2014 che ha segnato un ulteriore passaggio del disegno di Franceschini. A volte il patrimonio….

L’articolo di Manlio Lilli prosegue su Left in edicola


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