Come è possibile che nell’Italia uscita a pezzi dalla guerra, povera e affamata, si pensasse a costituzionalizzare il valore dell’arte e del paesaggio? È una domanda che ci siamo posti tante volte. E ogni volta rileggendo l’articolo 9 della nostra Carta torna la gioia e lo stupore di fronte a quella formulazione rivoluzionaria che lega strettamente la tutela del patrimonio storico artistico e del paesaggio alla ricerca. Ogni volta, ad ogni rilettura, torna l’ammirazione per Lelio Basso che contribuì alla stesura del secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione là dove dice: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana». Parole che lasciano intendere una visione antropologica complessa, a tutto tondo, in cui la realtà psichica, i valori “immateriali” dell’arte e della cultura contano almeno quanto i bisogni primari. Una concezione raffinatissima rispetto a quella che – senza soluzione di continuità – ci propone la classe politica italiana dagli anni Ottanta, dalla Milano da bere di Craxi e Berlusconi fino agli anni Duemila di Renzi e della valorizzazione intesa come monetizzazione, sfruttamento intensivo del patrimonio culturale che De Michelis chiamò «petrolio d’Italia», inaugurando una bruttissima stagione di cartolarizzazione, svendite, condoni varata dalla finanza creativa di Tremonti e tristemente portata a compimento dai governi di centrosinistra guidati da Renzi a Gentiloni, in perfetta continuità fra loto grazie al ministro dei Beni culturali e del turismo, Dario Franceschini. Paladino dell’ambiente, autore di romanzi, che, folgorato sulla via di Damasco del renzismo, si è tramutato in rottamatore superando persino il maestro (che ora rischia di essere a sua volta rottamato dal democristiano ferrarese). Con la politica delle promesse, con imprese come il recupero dell’arena del Colosseo a cui sono stati destinati ben 18 milioni di euro, con iniziative imbarazzanti come il sito Very Bello e il flop del concorso internazionale per la direzione di venti musei e, soprattutto, con una disastrosa riforma delle soprintendenze e della rete museale, Dario Franceschini dimostra di aver appreso molto dall’ex premier. Emulando le gesta del sindaco di Firenze che trapanava il Salone de’ Cinquecento alla ricerca impossibile di lacerti della Battaglia di Anghiari di Leonardo, che improvvisandosi novello Michelangelo annunciava di voler completare la facciata di San Lorenzo lasciata da lui incompiuta, che, sodale di Farinetti, considerava di buon gusto il suo Eataly che attrae frotte di turisti per un pic nic fra riproduzioni miniaturizzate del campanile di Giotto e del Duomo, a due passi dagli originali. Il nuovo che avanza è il vecchio e usurato kitsch dell’era berlusconiana, che per la valorizzazione dei beni culturali si affidava al manager di McDonald’s Mario Resca. Ma c’è ben poco da ridere di queste grottesche politiche di un governo di centrosinistra che, al pari di quelli di destra, considera l’Italia un brand da sfruttare, usa i beni culturali per fare cassa, pensa che investire in cultura e in ricerca sia un lusso ma non lesina denaro pubblico per inutili operazioni di marketing. Per nostra fortuna segnali di mobilitazione, proteste di associazioni di cittadini, intellettuali, ambientalisti, studenti a Venezia come a Roma, fanno sperare che la concezione dell’ambiente e del patrimonio artistico come mera merce e l’idea di una “buona scuola” finalizzata alla produzione abbiano i mesi contati. Anche noi di Left lavoreremo per far crescere questa consapevolezza.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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