Nelle amministrazioni pubbliche si aggirano personaggi che sanno come muoversi per oliare autorizzazioni e appalti. Ma la denuncia, emersa nella Relazione annuale della Direzione nazionale antimafia, ha lasciato del tutto indifferenti politica e istituzioni

Si tratta di un soggetto intermedio ed autonomo, a suo modo un professionista nel mondo delle opere e dei servizi pubblici. Anche in questo caso sono venuti in rilievo professionisti qualificati che avevano un passato nel settore pubblico. In particolare, vengono in considerazione, spesso, ex politici o para-politici, ex funzionari pubblici, che, con la pregressa pratica, hanno imparato a conoscere la macchina degli apparati pubblici, i suoi tempi, i suoi meandri, i suoi passaggi. Ed hanno, quindi, amicizie nel descritto contesto, come nelle organizzazioni che a loro si rivolgono per ottenere le loro prestazioni». Sono le parole, precise e taglienti, della Relazione annuale della Direzione nazionale antimafia e terrorismo (Dna), presentata il 12 aprile del 2017 e presentata alla stampa (con tanta retorica e sempre troppa poca analisi) qualche settimana fa a Roma. Un quadro impietoso sullo stato di salute delle organizzazioni criminali nel nostro Paese (Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra corona unita e le mafie straniere) sulle risultanze investigative nel periodo che va da luglio 2015 fino a giugno 2016. Una relazione che, in una democrazia matura, avrebbe acceso i riflettori sull’incapacità politica e sociale di contrastare un fenomeno criminale che sembra essere l’unico vero filo rosso che lega l’Italia da nord a sud: le mafie stanno benissimo, sono in ottima salute e continuano imperterrite a fare affari, a stringere relazioni, a prendersi cura dei propri affiliati e a garantirsi un roseo futuro.
Ma torniamo al «soggetto intermedio ed autonomo, a suo modo un professionista nel mondo delle opere e dei servizi pubblici» che, si badi bene, non è un mafioso tout court ma compare per la prima volta nelle parole del procuratore nazionale antimafia: il «facilitatore», com’è chiamato nelle 965 pagine del documento, è l’ultima evoluzione delle mafie che hanno compreso come le relazioni e la conoscenza delle leggi (e dei regolamenti) siano molto più fruttuose delle armi e delle minacce…..

L’inchiesta di Giulio Cavalli prosegue su Left in edicola


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