Condividi

«Era un picchiatore, non ho di lui l’immagine di un nonno buono e questo ricordo non cambierà mai». Monsignor Georg Ratzinger non ammetteva la possibilità che i bambini del coro delle voci bianche del duomo di Ratisbona sbagliassero una intonazione, racconta una delle testimonianze raccolte nel Dossier di 440 pagine pubblicato in Germania nei giorni scorsi. Il titolare dell’inchiesta, l’avvocato Ulrich Weber, ha individuato 46 educatori responsabili e ha accertato che dal 1953 al 1993, quindi anche durante la direzione del fratello maggiore del papa emerito Benedetto VXI (1964-1994), almeno 547 Domspatzen (ovvero “passeri del duomo”) furono vittime di violenza e 67 anche di abusi pedofili. «Ratzinger ha picchiato e sclerato come una furia. Lanciava sedie, afferrava i leggii e li lanciava contro gli allievi del coro» si legge nelle carte dell’inchiesta durata sette anni. «Tirava forte le orecchie e mollava schiaffoni. Una volta perse la dentiera in un impeto di rabbia». Secondo alcuni testimoni Ratzinger non ebbe direttamente a che fare con i casi di pedofilia. Tuttavia Weber lo accusa di «aver saputo e di non essere intervenuto», riferendosi alle violenze psicofisiche subite dai bambini in generale: pestaggi, torture, vessazioni di ogni tipo nei confronti di chi contravveniva alle rigide regole del seminario. Di certo c’è che Ratzinger, che dal 2008 è cittadino onorario di Castel Gandolfo (Roma), contribuiva ad alimentare il clima di terrore che annichiliva gli allievi. Nel dormitorio del coro bastava provare una qualsiasi emozione per finire ricoperti di lividi e in isolamento. «Se uno aveva nostalgia era considerato disobbediente», racconta un ex allievo. «La nostalgia andava spazzata via con le botte», aggiunge un altro. E questo non faceva che aumentare il senso di disperazione. Nel rapporto si raccontano i tentativi di fuga, riusciti e non. «Le immagini ce le ho ancora davanti agli occhi» dice un testimone: «Ricordo quei bambini che scavavano con le mani delle fosse accanto allo steccato, per cercare la salvezza nella fuga verso casa». Per chi veniva scoperto la punizione consisteva nell’esser picchiato a sangue «davanti agli altri» affinché a nessuno venisse in mente di imitarlo.
Omettiamo altri particolari truculenti abbondantemente descritti in questi giorni dai media. Resta lo sgomento per il fatto che questa vicenda sia andata avanti per decenni e sia definitivamente emersa solo 25 anni dopo l’ultimo crimine accertato. È una storia già vista ma non ci si abitua. Ed è già vista anche in Italia, basti pensare a quanto accaduto ai giovani ospiti dell’Istituto per sordomuti Antonio Provolo di Verona, gestito dalla curia locale, di cui su Left tante volte abbiamo scritto. Come sempre accade in casi come questi – che emergono con raccapricciante regolarità dalle pagine delle cronache di tutto il mondo (mentre andiamo in stampa, inizia in Australia il processo per abusi contro mons. George Pell, il numero tre della Santa Sede e uomo di fiducia di papa Francesco) – il Vaticano si limita a pronunciare parole di circostanza e solo quando non è più possibile mantenere il segreto dietro le spesse mura di scuole, oratori, parrocchie, diocesi e così via…….

L’articolo di Federico Tulli prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Commenti

commenti

Condividi