Questa storia comincia con un teschio.

1907. Un teschio su una mensola, dentro una canonica, fra Bibbie e libri in tedesco, poche suppellettili, stuoie sul pavimento, un crocefisso e i paramenti appesi al muro. Fuori, la terra secca e farinosa della Namibia, dove il deserto ha lasciato da tempo lo spazio all’altopiano: pochi edifici, che vorrebbero portare nel Nuovo mondo la grazia spensierata del neogotico e dell’art nouveau, una stazione ferroviaria appena inaugurata e la Christuskirche luterana che svetta in cima a una collina con i suoi colori di biscotto e zucchero. Intorno, le case basse dei coloni e più in là – rigorosamente separate dal mondo dei bianchi – le baracche degli indigeni.

Windhoek è cresciuta all’incrocio dei venti, territorio conteso fra Herero e Nama, percorso da sorgenti calde che ne fanno un punto cruciale per le coltivazioni; non è un caso che proprio da qui, nel 1890, inizi formalmente il dominio della Germania sulla Namibia. Primo governatore della colonia è un tal Heinrich Göring, padre di quell’Hermann che sarà poi il braccio destro di Hitler. A capo del contingente militare arriva con 14mila uomini il generale Lothar von Trotha, noto per non andare troppo per il sottile. Nel 1904 sconfigge gli Herero ribelli nella battaglia di Waterberg e ordina ai suoi uomini di non avere pietà nemmeno di donne e bambini, che vengono lasciati morire di sete nel deserto.

I pochi superstiti finiscono nei Konzentrationslager, dove sono sottoposti a torture, stupri, esecuzioni sommarie; nel più grande, a Shark Island, l’antropologo Eugen Fischer fa esperimenti su cavie umane, a cui partecipa anche l’italiano Sergio Sergi. Oltre l’80% della popolazione Herero viene eliminata in soli tre mesi, tra l’agosto e l’ottobre 1904; i Nama seguiranno di lì a poco la stessa sorte. Come souvenir e prova dell’efficienza teutonica, trecento teschi sono inviati in Germania. È un genocidio….

Il reportage di Claudio Geymonat e Federica Tourn proseuge su Left  in edicola


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