Xenofobia e razzismo hanno radici antichissime nella nostra storia. Antiche almeno quanto la nascita del Logos. Basta ricordare che il termine greco bàrbaros indicava il modo di parlare degli stranieri (i latini usavano il verbo balbutio). Nei primi secoli della storia greca il termine bàrbaros non aveva una particolare connotazione negativa ma dopo la guerra con i persiani del 472 a.C. di cui scrisse Eschilo, le cose cambiarono radicalmente. Pensiamo alla figura di Medea in Euripide. è straniera e viene raccontata come una pazza assassina dei propri figli, per vendetta. Come ha scritto Eva Cantarella, è la rappresentazione minacciosa del mondo dei barbari, dell’altro, del diverso da sé, dello sconosciuto. Non andò meglio con la nascita del monoteismo. Anzi. La retorica pericolosa del popolo eletto, nella Bibbia come nei discorsi di tanti presidenti Usa, da Bush a Trump, si regge sulla costruzione del nemico.

Chi pensa di avere Dio e la Verità dalla propria parte, basata sul libro e sulla parola sacra, vede ovunque eserciti di infedeli da combattere. In nome di Dio e della patria Mussolini impose il regime fascista in Italia. E si lanciò nelle campagne coloniali sulla strada disseminata di cadaveri già aperta dal re. L’Italia in Eritrea e Etiopia, similmente alla Francia in Algeria, si è comportata come uno Stato terrorista. Giornalisti osannati in Italia come Indro Montanelli pensavano che fosse normale prendersi e violentare una sposa bambina, solo perché non era italiana. Ma non si può dire. Montanelli, nell’immaginario italiano, sarebbe il padre di un giornalismo libero e dalla schiena dritta. Avendo annullato la memoria del genocidio compiuto da Mussolini in Libia, ci culliamo nel mito “italiani brava gente”.

Per nostra fortuna ci sono i libri di Angelo Del Boca ma anche quelli di Filippo Focardi e di Davide Conte (intervistati in queste pagine). La ricerca storica continua a fare importanti passi avanti, grazie all’acribia e alla passione civile di studiosi come Giovanni Cerchia che ha riportato alla luce importanti pagine della Resistenza al Sud, a lungo negate e disconosciute. Saggi che ci mettono di fronte alle nostre responsabilità rispetto ai conti mai fatti fino in fondo con il passato fascista dell’Italia. All’opposto, l’ex Pci, diventando Pd, ha pensato bene di cancellare l’antifascismo dal proprio statuto fondativo e, inseguendo le destre leghiste e xenofobe, ha cresciuto dirigenti che, per esempio, affermano tranquillamente che uno stupro è più grave se commesso da un migrante. La stretta autoritaria imposta dal ministro degli Interni del governo Gentiloni e la gestione securitaria dell’immigrazione, suggellata dal codice Minniti (che ha alle spalle la Bossi-Fini e la legge Turco-Napolitano), sono il risultato.

Invece di combattere razzismo e xenofobia – come abbiamo denunciato più volte – il centrosinistra soffia sulla paura, facendone la leva di una dissennata campagna elettorale. Con la benedizione di papa Bergoglio che raccomanda di accogliere i migranti «con prudenza» e parla di diritto all’integrazione; lui che è il capo del Vaticano dove migranti e rifugiati non hanno diritto di cittadinanza, per legge. La parola integrazione ricorre anche nel piano lanciato dal ministro Minniti, ci ricorda Giuseppe Faso, coautore del Libro bianco sul razzismo, da cui emerge un quadro agghiacciante del razzismo in Italia, registrando non solo casi di violenza verbale e discriminazione ma anche di violenza fisica, fino agli omicidi. «Il Piano di integrazione proposto dal ministero Minniti – scrive Faso – inizia con una premessa dal titolo “Valori costituzionali e integrazione”, in cui la prospettiva incongrua della prima parte è funzionale al pervertimento del significato dell’ultimo termine».

Da tempo osservatori attenti «hanno rilevato nell’uso del termine integrazione una curvatura ambigua, con l’abbandono del suo carattere di reciprocità che era stato prevalente nella letteratura internazionale e presso gli operatori sociali». Troppo spesso si parla di politiche di integrazione ma si intende assimilazione. Escludendo ogni reciprocità. Imponendo a migranti e rifugiati di adeguarsi al nostro modello culturale, costringendoli ad annullare la propria storia per abbracciare la nostra. Imponendo loro doveri senza riconoscere i loro diritti.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto dal numero di Left in edicola


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