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Laura è una bentonologa, studia i fondali marini. Quando decise di intraprendere la carriera di ricercatrice tra gli abissi d’Europa, non avrebbe mai immaginato che il primo contratto a termine si sarebbe ripetuto instancabilmente per dieci anni. Adesso le è appena nato un figlio. Claudio invece lavora all’Istituto nazionale di Fisica nucleare (Infn) ed è precario. Ricercatore in Fisica delle particelle elementari, ricorda i tempi trascorsi in Argentina con un sorriso. Come loro, 10 mila lavoratori degli Enti pubblici di ricerca (Epr) vivono il giogo della precarietà.

Storie di ordinaria follia: non solo ricercatori, arruolati con le più disparate forme contrattuali esistenti – assegnisti, borsisti e tempi determinati, prorogati per dieci o quindici anni – ma anche tecnici, tecnologi e personale amministrativo. È il precariato di Stato, la nuova frontiera dello sfruttamento tricolore. Su 2mila dipendenti, l’Infn conta 300 precari e un numero indefinito di collaboratori. «Non ci vogliono stabilizzare tutti – racconta Claudio – preferiscono bandire concorsi a cui dovrebbero partecipare professionisti che da quindici anni lavorano nel settore». Etichettato come “giovane” – 36 anni e una famiglia – da circa due anni lavora presso i laboratori Nazionali dell’Infn di Frascati. «Giocano sulle tue passioni, con i tuoi desideri, ma ad un certo punto arrivano la famiglia, i conti da pagare e la realtà ti fa tremare».

Secondo L’Eurostat, l’Italia spende soltanto l’1,33 per cento del Pil per ricerca e sviluppo, mentre la media europea è del 2,03 per cento. Un dato significativo, le cui conseguenze sono allarmanti: nel solo 2015 la percentuale dei ricercatori ogni mille occupati in Italia era pari al 4,73 per cento contro una media europea del 7,40 per cento (fonte Ocse). Anni di formazione nelle università italiane, la “gavetta” nei laboratori e un biglietto di sola andata per l’estero…

L’articolo di Maurizio Franco prosegue su Left in edicola


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