Condividi

Partiamo da un dato, ogni anno nel mondo muoiono 700.000 persone a causa di quegli agenti infettivi che sono definiti superbugs: batteri, virus, funghi, parassiti che hanno “imparato” a resistere ai farmaci. Poi seguiamo la Wellcome trust e il governo britannico, che nel rapporto The review on antimicrobial resistance. Tackling drug-resistant infections globally: final report and recommendations del 2016, e nel precedente report sul medesimo tema del 2014, presenta un quadro piuttosto inquietante: nel 2050 la resistenza ai farmaci di questi agenti infettivi diventerà una causa di morte più tragicamente efficace del cancro, ucciderà ogni anno 10 milioni di persone con perdite economiche valutate in 100mila miliardi di dollari.

Infine diamo uno sguardo al passato e proponiamo un’analisi comparata col presente. Limitiamoci, per semplicità, ai batteri e ai loro farmaci antagonisti, gli antibiotici. Ebbene, tra gli anni 50 e gli anni 80, ogni anno almeno cinque o sei antibiotici nuovi si sono aggiunti al paniere di farmaci che hanno aiutato i medici a contrastare le malattie infettive di origine batterica. Negli ultimi trent’anni e più invece, dagli anni 80 ad oggi, la spinta produttiva degli antibiotici si è esaurita: nessuna nuova classe di questi farmaci è stata messa a punto. E nel frattempo molti batteri hanno iniziato a resistere agli antibiotici. Alcuni – come il Neisseria gonorrhoeae o lo Staphylococcus aureus – a resistere ad ogni antibiotico. La selezione naturale ha creato, per l’appunto, dei “superbatteri”.

Non c’è dubbio: dobbiamo cambiare strategia se vogliamo evitare che il numero di questa classe di organismi monocellulari resistenti agli antibiotici aumenti, spianando la strada al ritorno del “quarto cavaliere dell’Apocalisse”: le malattie infettive mortali. Questo è, almeno, il pensiero o, se volete, l’appello che tre scienziati molto noti – David E. Bloom, professore di economia e demografia presso la Harvard T. H. Chan School of public health, della Harvard university di Boston; Steve Black, professore di pediatria presso la Division of infectious diseases del Cincinnati children’s hospital di Cincinnati; e soprattutto l’italiano Rino Rappuoli, che guida la GalxoSmithKline vaccines Italia di Siena ed è tra i maggiori esperti di vaccini al mondo – rivolgono dalle pagine della rivista Nature alla comunità scientifica, ma anche e soprattutto a governi e case farmaceutiche. Nell’apporre la prima firma a questo appello, Rino Rappuoli rende noto che si trova in una condizione di “conflitto di interesse” (per la precisione di competing financial interests, secondo la definizione accettata dalla rivista Nature). Ciò nulla toglie alla forza della proposta dei tre studiosi: puntare la gran parte delle carte sulla ricerca di vaccini in grado di prevenire le malattie infettive causate da batteri e “superbatteri”.

Rappuoli, Bloom e Black individuano i due limiti degli antibiotici. Il primo e forse il più importante è che essi iniziano ad agire quando l’infezione è esplosa e nell’organismo circolano già miliardi di batteri. È relativamente facile, dunque, che nel Dna di uno di quegli innumerevoli organismi unicellulari si produca una qualche mutazione che rende il batterio resistente a un antibiotico. E che, dunque, questo batterio mutante continui a moltiplicarsi indisturbato. E magari a subire nel tempo ulteriori mutazioni che rendono un ceppo capace di resistere a ogni antibiotico noto. Il processo è facilitato dal fatto che la scoperta di nuove classi di antibiotici sia rallentata fortemente fino a fermarsi del tutto. La difficoltà della ricerca di nuovi farmaci è stata individuata: gli antibiotici, per raggiungere il loro obiettivo, devono superare la membrana cellulare dei batteri: una barriera formidabile, che risulta molto spesso invalicabile a molecole aliene.

Molto diversamente vanno le cose per i vaccini. Essi vengono somministrati prima che l’infezione abbia luogo. E si trovano a dover contrastare non miliardi e miliardi, ma pochi avversari. Dunque la battaglia – a prescindere dalle armi usate, che sono diverse – è certamente più facile. E in ogni caso si consuma in modo che gli agenti infettivi attaccanti abbiano possibilità minima o nulla di mutare e, dunque, di “imparare” a resistere alla difesa. Prova ne sia il fatto che, tra tutti i vaccini finora usati, nessuno ha mai determinato una capacità di resistenza nei batteri. I vaccini, inoltre, che contengono interi batteri o virus e molti antigeni sono, per così dire, multitasking: si lanciano contro diversi obiettivi, al contrario degli antibiotici che contengono una sola molecola attiva che attacca un singolo obiettivo.

Per tutti questi motivi i vaccini, diversamente dagli antibiotici, vantano enormi successi. Dalla vittoria definitiva sul vaiolo (consumata negli anni 80 del secolo scorso) all’estrema efficacia contro malattie come la difterite e il tetano. Il tutto, ripetiamo, senza aver mai generato negli agenti infettivi una qualche forma di resistenza. Contro la difterite e il tetano i vaccini sono in uso da settanta anni e neppure in questo lungo lasso di tempo hanno prodotto agenti resistenti. Inoltre, la ricerca di nuovi vaccini non ha perso smalto nel tempo. Essi continuano a essere individuati e sviluppati con ritmo costante nei laboratori di tutto il mondo. Anche grazie alle nuove biotecnologie. Dagli anni 80 a oggi, ricordano Rappuoli e colleghi, sono stati messi a punto ben ventidue nuovi vaccini grazie alle tecniche di ingegneria genetica, compresi quelli contro l’epatite B o contro il papilloma virus che causa il cancro.

Alcuni vaccini sono già impiegati con efficacia nella lotta ai batteri resistenti ai farmaci. Sia direttamente, è il caso del vaccino contro lo pneumococco capace di ridurre sia la capacità di penetrare che di diffondersi nell’organismo del batterio resistente agli antibiotici, sia indirettamente, come avviene con i vaccini contro i virus dell’influenza che abbattono l’incidenza della febbre e fanno così diminuire le complicanze che ne possono derivare, e di conseguenza anche l’uso degli antibiotici necessari per contrastarle. Gli effetti dell’uso del vaccino coniugato contro lo pneumococco, introdotto nel 2009, è stato studiato nei bambini fino a due anni in Sud Africa. Ebbene, le infezioni da “superbatteri” resistenti alla penicillina, al cefriaxone e anche a diversi farmaci sono diminuite tutte di almeno l’80 percento in appena tre anni. La strategia funziona.

Dunque, sostengono Rappuoli e i suoi colleghi americani, bisogna rimuovere gli ostacoli che ne rallentano la piena implementazione. Tra i principali c’è quello economico. Intanto perché la ricerca dei vaccini costa e, dal punto di vista della cause farmaceutiche, rende molto meno di quella sui farmaci antibiotici. E poi c’è un contrasto non risolto. Che è culturale, ma forse non solo culturale. Se, infatti, la britannica Wellcome trust, la Bill & Melinda Gates foundation e il National institutes of health degli Stati Uniti hanno fatto propria l’idea che quella fondata sui vaccini è di gran lunga la migliore strategia per combattere le malattie resistenti ai farmaci, restano di diverso avviso l’Organizzazione mondiale di sanità, l’agenzia della Nazioni Unite che invece individua la strada principale per combattere i “superbatteri” nello sviluppo di nuovi antibiotici.

La questione deve essere risolta in un modo o nell’altro o in una combinazione equilibrata di entrambe le strategie. Bisogna farlo in tempi rapidi e in maniera assolutamente trasparente, con ricerche approfondite. Perché gli interessi economici in gioco sono molti. Ma l’obiettivo prioritario per tutti non può che essere uno solo: impedire che ogni anno muoiano 700mila persone per malattie generate da agenti resistenti ai farmaci e impedire che questo numero aumenti di dieci o quindici volte da qui al 2050, diventando il principale problema di salute dell’umanità.

Commenti

commenti

Condividi