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Ha sette anni Francis Kéré quando lascia il suo piccolo villaggio di Gando per raggiungere la scuola più vicina, a circa quaranta chilometri di distanza. È il figlio maggiore di un capo villaggio del Burkina Faso (letteralmente Terra degli uomini integri) e l’esigenza di suo padre è quella di avere qualcuno che possa leggere e tradurre la sua corrispondenza in un contesto in cui l’analfabetismo è circa al 90 percento. È questo l’inizio della sorprendente storia con cui l’architetto Kéré affascina l’uditorio di un affollato convegno dal titolo Costruire, abitare, pensare, che si è svolto a margine del Cersaie 2017 di Bologna.

Sebbene poco conosciuto in Italia, Francis Kéré è un uomo dall’eccezionale talento, che ha oggi acquisito fama internazionale ed un posto originale nell’architettura contemporanea. Ha fondato uno studio a Berlino, insegnato alla Harvard graduate school of design e alla prestigiosa Accademia di architettura di Mendrisio. Dal 2017 ha la cattedra di Architectural design and partecipation presso l’università Tum (Technische universität München, ndr) di Monaco. Ha conseguito prestigiosi riconoscimenti internazionali e le sue opere sono state esposte sia in mostre monografiche che collettive. Al culmine della notorietà, nel 2017, è stato chiamato a Londra a realizzare il padiglione temporaneo della Serpentine gallery, incarico che tradizionalmente viene assegnato a personalità emergenti particolarmente significative ed ha partecipato, assieme ad altri architetti di levatura internazionale alla Chicago architecture biennal che si è appena conclusa.

Quaranta chilometri sono, nella realtà di un piccolo villaggio dell’Africa sub sahariana, una grande separazione, ma anche l’inizio di un percorso personale che lo condurrà alla scoperta del mondo “sviluppato”, molto distante da quello delle sue origini che comunque non abbandonerà mai, ma anzi reinterpreterà coniugando innovazione e storia. Un percorso che, attraverso lo studio, affiancato a umili lavori, lo porterà a fare il carpentiere e poi, grazie ad una borsa di studio in Germania, a frequentare una scuola tecnica e quindi l’università Tum di Monaco. È sempre Kéré che ci racconta in un’intervista: «Voi non potete immaginare l’emozione di vedere per la prima volta, incollato al finestrino, il proprio Paese dall’alto ed il paesaggio che gradualmente passa dai toni del rosso della terra a quelli del verde della vegetazione».

È ancora studente quando, a trent’anni, torna in Burkina Faso con il progetto di realizzare una scuola a Gando con i fondi da lui stesso raccolti. Lo farà mettendo assieme i principi della bioedilizia, appresi in Occidente, con quelli dell’architettura sostenibile: strutture in terra cruda o pietra locale e legno, doppie coperture ventilate in muratura e acciaio a proteggere le aule dalle piogge che periodicamente costringono gli abitanti a ricostruire le case tradizionali.

La storia di Kéré non nasce da un progetto prestabilito. Quando qualcuno gli chiede quando ha deciso di diventare architetto dapprima non risponde, poi dice: «Tutto è venuto da sé. Manca una scuola a Gando? E allora facciamo una scuola a Gando!» Mancano i fondi? Allora vanno cercati e a tal scopo fonda un’organizzazione no profit con lo scopo di accompagnare e sostenere lo sviluppo del suo Paese coniugando l’esperienza acquisita in Europa con la realtà ed i bisogni del territorio da cui proviene. Suoi grandi alleati sono i bambini. Racconta: «Se chiedi soldi agli adulti per costruire una scuola in Africa la gente non si fida e non ti dà nulla. Ma se organizzi attività sportive per i bambini e poi parli dell’Africa… i bambini amano l’Africa… e se poi racconti loro che i bambini di un piccolo villaggio non hanno una scuola dove andare sono pronti ad aiutarti».

Si stupisce Francis quando, realizzata la scuola, un professore dell’università di Monaco lo sollecita a completare gli studi. «A che mi serve un diploma in Burkina Faso?» Ma poi si laurea e poco tempo dopo lo ritroviamo lettore presso la stessa università. Il nucleo originario della piccola scuola di Gando è costituito solo da tre aule separate da alcuni spazi per stare assieme. Lo stare assieme è fondamentale in tutti i progetti  di Kéré. Lo dice lui stesso. «Nel mio Paese costruire è un importante evento sociale». Tutto il villaggio, compresi i bambini e le donne, partecipano alla costruzione della scuola, come è radicato nella cultura locale. Ma condivisione è anche consapevolezza, è apprendere un modo diverso di costruire. È quindi formazione l’operazione stessa del costruire ed è anche la condizione necessaria per poter realizzare qualcosa coi pochi fondi disponibili.

L’edificio, pur nella sua essenzialità, contiene già tutti i principi delle numerose sue opere che seguiranno. È ancora una volta lui stesso che ci racconta della delusione degli abitanti del suo villaggio nel sentirsi proporre una costruzione in terra cruda dall’uomo che era andato a formarsi nella tecnologica Germania. Ma lui spiega che, pur essendo la nostra cultura un modello, particolarmente per lui che si è formato in Germania, non la vuole riproporre tale e quale ma la vuole utilizzare per risolvere i problemi del suo Paese. Di qui l’utilizzo della “terra” perché ha una buona inerzia termica, è abbondante in loco e quindi molto economica.

Del resto le scuole che solitamente si costruiscono in Burkina Faso sono in cemento armato, delle scatole opprimenti, poco illuminate e ventilate, che raggiungono temperature insopportabili nelle estreme condizioni climatiche del Paese. Lui stesso ne ha avuto esperienza, come spesso racconta nelle numerose interviste. I mattoni crudi, sono il materiale tradizionalmente usato nel villaggio, ma sono sinonimo di precarietà, visto che vengono periodicamente danneggiati dalle piogge e quindi richiedono agli abitanti continui interventi di riparazione.

Kéré, grazie agli studi condotti in Europa, realizza una struttura mista in cemento armato e mattoni crudi. Aggiunge all’argilla dei mattoni una piccola percentuale di cemento, rendendoli stabili e più uniformi. Racconta di essere stato svegliato una notte da un grande vociare di persone che si stavano dirigendo verso la sua casa. Cosa era successo? Aveva iniziato a piovere e le donne venivano a rincuorarlo. «Non ti preoccupare, la ricostruiremo!». Ed è allora, con la constatazione che la costruzione aveva invece retto alla pioggia, che Kéré conquista definitivamente la fiducia della sua gente. Nonostante ciò sovrappone al solaio in cemento e mattoni un largo tetto in lamiera sopraelevato da capriate metalliche, in modo che, oltre a proteggere l’edificio, si crei un’ampia zona d’ombra e di sosta attorno alle aule. In Burkina Faso l’uso delle coperture in lamiera è piuttosto diffuso rendendo i locali insopportabili per il caldo. Ma qui un sistema di ventilazione e di raffrescamento passivo, realizzato con l’adozione di semplici accorgimenti, ha reso inutile l’uso dell’aria condizionata, peraltro improponibile in un Paese allora ancora privo dell’energia elettrica.

Completata nel 2001, la scuola elementare è diventata punto di riferimento e motivo di orgoglio della comunità e, nel 2004 ha vinto l’Aga Khan award for architecture. L’enorme popolarità dell’intervento ha dato l’avvio alla realizzazione di un ampliamento ed di altri progetti finalizzati all’educazione ed ai servizi sociali, sviluppando sempre più le caratteristiche di eco-sostenibilità.

La sua figura si pone come ponte tra diverse culture. Osserva lo storico dell’architettura Fulvio Irace: «Potrebbe essere il manifesto di quello di cui abbiamo bisogno nei nostri tempi, dell’integrazione tra culture diverse. La maggior parte dei suoi progetti nasce per lo sviluppo della sua terra. Una sorta di grande circolo virtuoso in cui la vocazione sociale dell’architettura non è slogan politico ma pratica di progettazione. È una storia che comincia in Africa, si forma e si sviluppa in Europa, ritorna con i suoi frutti in Africa, non con spirito coloniale ma innovando la tradizione che è identità».

Ma il suo grande impegno sociale si unisce al fascino di opere che uniscono alla freschezza del linguaggio dell’architettura moderna la morbidezza delle architetture “primitive”. Le sue opere non sono mai vernacolari. Anzi, un altro aspetto che merita di essere sottolineato, e che oggi appare particolarmente significativo, è che, nel suo caso, fare le cose assieme, avere una dimensione sociale, non vuol dire assolutamente rinunciare alla propria fantasia. In questo appare tutta l’originalità del modo di essere di Francis Kéré che, mettendosi al servizio degli altri, lo fa creando profonde immagini di fantasia, che nascono proprio all’interno di questo rapporto.

E così le finestre dell’ambulatorio diventano cornici ad inquadrare il paesaggio ed a colorare la vista di chi è ricoverato. E così, con la collaborazione del regista tedesco Christoph Schlingensief, quasi un novello Fitzcarraldo, progetta l’Opera house nella savana a trenta chilometri dalla Capitale. Ma qui nessuno sforzo estremo per gli operai, anzi il complesso è ancora occasione per realizzare servizi tra cui la prima scuola a carattere artistico nella storia del Burkina Faso. E quando un’alluvione lascia senza ricovero ben 150mila persone, viene modificato il programma degli interventi e i suoi moduli abitativi diventano non solo sistemazioni d’emergenza ma anche prototipi per la ricostruzione abitativa, con un’ulteriore ricerca verso l’innovazione e l’ottimizzazione nell’uso dei materiali locali.

Emblematico è il padiglione per la Serpentine gallery. L’idea nasce dall’Africa, dalla gente che per stare assieme si mette al riparo del Grande albero (ma, che l’architettura nasca quando la gente comincia a stare assieme, è un’idea che accompagna da sempre la storia dell’umanità). Qui a Londra questa immagine diventa un canopy, una copertura che offre riparo, sotto il quale si può sostare fra pareti curve di mattoni di legno tessuti con un disegno derivante dai graffiti delle case senza tempo del Burkina. Utilizza un blu profondo, colore raro in Africa, ma che spesso, come spiega orgogliosamente Kéré, indossano i giovani al loro primo incontro amoroso. Un colore che non passa certo inosservato nel deserto. E per ribadire che il mondo non ha confini, dalla copertura si raccoglie l’acqua, a ricordare quanto questo elemento sia prezioso ed essenziale in certe regioni e soprattutto a ribadire quanto i problemi che gli esseri umani devono affrontare siano realmente globali.

 

L’articolo di Caterina Calzini e Flavio Vitale è tratto da Left n. 5 del 2 febbraio 2018


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