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C’è chi avrebbe preferito che l’autore della sparatoria a Macerata, Luca Traini, che ha ferito sei persone, fosse stato straniero, magari musulmano e che dopo gli spari avesse urlato «Allah Akbar», Dio è grande. Negli ultimi anni c’è stato chi ci ha riempito la testa dicendoci che il nemico musulmano era in agguato e che prima o poi avrebbe colpito le nostre famiglie, le nostre case. Dai giornali, anche quelli più insospettabili, sono giunti proclami del tenore: “La nostra vita sta cambiando a causa loro, della paura che ci fanno”. Quel “loro” si riferiva – e, purtroppo, si riferisce – agli immigrati. Quegli stessi sei immigrati feriti a Macerata, affetti dalla colpa di condividere il colore della pelle con lo spacciatore nigeriano che, pochi giorni prima, ha ucciso e ridotto in pezzi Pamela Mastropietro, ragazza romana di 18 anni.

«Faccio giustizia per lei» si ripeteva Traini, 28 anni e un passato da candidato nelle fila della Lega Nord, mentre tornava a casa per prendere la pistola e il tricolore con cui si è avvolto, dopo aver compiuto l’attentato, aspettando in cima al monumento dei caduti l’arrivo delle forze dell’ordine, accolte con un saluto romano. È forse un pazzo, Traini? Oppure è il risultato delle parole con cui è stato colmato un certo vuoto nella nostra società?

Matteo Salvini e altri leader hanno condannato, timidamente, il gesto del giovane, sostenendo che bisogna capovolgere la prospettiva e guardare a monte del problema: alle politiche sull’immigrazione clandestina. «La razza bianca è in pericolo» ha dichiarato nei giorni scorsi Attilio Fontana, 65 anni, candidato con il centrodestra in Lombardia. La minaccia è quella di una presunta sostituzione etnica. Tutti argomenti reperibili nella rivista fascista La difesa della razza, pubblicata dal 1938 al 1943, in cui si sosteneva la supremazia della razza ariana. Chi difende il diritto – sancito da convenzioni internazionali, sottoscritte anche dall’Italia – degli immigrati in fuga dalla guerra a essere accolti viene bollato come un “buonista”, una parola diventata dispregiativa. Chi è buonista è stupido, perché non sa vedere l’altra faccia della medaglia.

I fascisti di oggi lamentano la mancanza di libertà di espressione in Italia a causa di un “politicamente corretto” che li censura. Eppure abbiamo assistito e letto ogni genere di dichiarazione in questi ultimi anni. Finanche un comizio, a Busto Arsizio, in cui dei giovani in camicia verde hanno dato alle fiamme un fantoccio con le sembianze della terza carica dello Stato, Laura Boldrini. Forza nuova, movimento fascista, è lasciato libero di continuare, insieme a CasaPound, la sua opera di proselitismo in sfregio alle leggi Scelba e Mancino. Tutto ciò continua a essere possibile perché non abbiamo mai fatto davvero i conti con il fascismo. Quanto detto diventa evidente a Predappio, dove la tomba dell’ultimo “uomo della provvidenza” continua a essere meta di pellegrinaggio, sopratutto dei più giovani.

l dato allarmante è proprio questo: la crescita dei movimenti studenteschi di estrema destra, come tracciato nel numero di Left, “Il fascismo non è un opinione. È un crimine”, del 16 dicembre scorso, dalle inchieste di Carmine Gazzanni e Elisabetta Amalfitano. Un proselitismo reso possibile da diversi fattori, gli stessi che hanno poi spinto Traini a compiere l’attentato. Il vuoto nella nostra società, svuotata di ogni riferimento morale e afflitta da una crisi economica senza soluzione. La promessa, da parte di questi movimenti neofascisti, di ricostruire un senso di comunità dopo che questo è stato messo in crisi dallo straniero. Il nuovo capro espiatorio di tutti i mali, erede diretto degli ebrei. Ma per fare ciò bisogna guardare al passato, rivisitandolo. E Traini è il primo risultato di questa opera di sgretolamento. Limitare le libertà dei fascisti non significa scendere a un compromesso morale, ma preservare la libertà di tutti.

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