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Ricapitoliamo: il contratto di governo fra M5Stelle e Lega picchia duro sui diritti dei lavoratori, non si occupa dei disoccupati e attacca il welfare. I Cinquestelle si sono rimangiati tutte le promesse fatte in campagna elettorale. Nel programma di governo non si parla più neanche di rivedere il Jobs act varato dal governo Renzi, provvedimento che – come è noto – ha dopato il mercato del lavoro producendo solo riduzione delle tutele e maggiore precarietà. Mentre si continua a parlare di abolizione della riforma Fornero delle pensioni, scompaiono le stime sul budget necessario per attuare il reddito di cittadinanza, il cavallo di battaglia della campagna elettorale di Di Maio&co. C’è invece la proposta della Lega di introdurre la flat tax, misura che favorisce i ricchi pesando sulle spalle degli strati sociali più in difficoltà. Difficoltà che aumenterebbero se venisse attuato questo programma politico, chiamato “contratto” da Salvini e Di Maio con una scelta lessicale già di per sé tristemente significativa.

Come era purtroppo prevedibile il governo giallo verde si tinge anche di xenofobia, minacciando 500mila rimpatri forzati di migranti (che peraltro costerebbero cifre insostenibili ai cittadini), criminalizzando l’immigrazione e, tanto per rendere la vita più difficile a chi ha scelto l’Italia per cercare di rifarsi una vita, togliendo i contributi per gli asili nido per i bambini «extra comunitari». Mentre affossano la riforma del sistema penitenziario, Salvini e Di Maio intendono inasprire le pene, allungare la carcerazione preventiva e, per rispondere all’affollamento delle patrie prigioni, invece di ricorrere a pene alternative, prevedono di costruire nuove carceri e massicce assunzioni di guardie di custodia. In barba all’articolo 27 della Costituzione che parla di pena come rieducazione in vista di un reinserimento nella società (non come vendetta) e condizioni di detenzione che rispettino i diritti umani. Proprio per le inumane condizioni di detenzione in cui sono costretti i carcerati, l’Italia è già stata più volte condannata dalla Corte europea, merita ricordarlo.

Fra i molti punti sbalorditivi (per usare un eufemismo) di queste quaranta pagine di accordo di governo c’è anche una strenua difesa della proprietà privata. Alla voce “legittima difesa” viene cancellata con un colpo di spugna la proporzione fra offesa e difesa, permettendo un giustizialismo pistolero, fai da te, in stile Usa. Fra i moltissimi punti inaccettabili di questo “contratto” forcaiolo, razzista, anti democratico e populista c’è anche un’aperta eurofobia. D’accordo, l’uscita dall’euro ed espressioni di euroscettismo più dichiarato erano nella bozza di accordo che poi è stata emendata. Ma restano, anche nella richiesta di cancellazione del debito, indizi di una relazione muscolare con l’Europa che potrebbe incoraggiare sovranisti in tutta l’Unione. L’esultanza di Marine Le Pen all’annuncio di un governo gialloverde la dice lunga. Già in passato aveva indicato i leghisti come alleati in senso stretto e i grillini come alleati delle idee. Le risuonerà certamente familiare la decisione dei due schieramenti di imporre il vincolo di mandato di memoria fascista ignorando l’articolo 67 della Costituzione che invece prevede che i parlamentari non siano obbligati a votare come dice il loro partito né a rimanere per forza nel gruppo parlamentare del loro partito.

Ci sarebbe molto da dire anche sulla pochezza della proposta culturale: i Cinquestelle “dimenticano” le battaglie contro il consumo di suolo e sposano la logica mercantile della valorizzazione di marca renziana e franceschiniana richiamando espressioni come patrimonio d’arte petrolio d’Italia, con cui da De Michelis in poi tanto è stato fatto per svendere, affossare, alienare i beni culturali. Su questo come sul resto del programma torneremo con vigile attenzione e critiche documentate. Qui ci interessa soffermarci ancora sull’euroscettismo che connota i due partiti che insieme si apprestano a governare. L’anno prossimo ci saranno le elezioni europee e siamo convinti che invece proprio nello scenario europeo si possa esprimere un nuovo internazionalismo di sinistra, necessario per fermare l’avanzata di un nazionalismo egoista e anti storico, ma anche per cambiare l’Europa che fin qui è stata solo un’unione di mercati, che ha fatto l’interesse delle élite senza affrontare il nodo delle disuguaglianze.

Per questo abbiamo chiesto a politologi come Nadia Urbinati e umanisti come Carlo Ossola di rileggere per Left il Manifesto di Ventotene e di parlarci della longeva e fruttuosa storia dell’Europa, che è storia delle università, che è storia dell’arte, una storia lunga centinaia di anni, che non può essere annullata. Per questo abbiamo chiesto ad economisti, politici, parlamentari europei di aiutarci a immaginare un’altra Europa possibile. Democratica, laica, inclusiva. Piccoli passi sono già stati fatti con l’accordo siglato a Lisbona da Bloco, Podemos e France insoumise. è solo l’inizio. C’è spazio per una sinistra europea che rifiuti le istanze neoliberiste e quelle sovraniste, c’è spazio in Italia per una sinistra che faccia davvero opposizione.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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