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È un episodio singolo ma è anche il paradigma di una deriva. Che Virginia Raggi, con l’appoggio del suo consiglio comunale, voglia chiudere la Casa internazionale della donne a Roma facendo leva sull’affitto (esoso) non interamente pagato è roba che dovrebbe interessare tutti coloro che hanno a cuore diritti, cultura e l’ecologia sociale di una città.

Non funziona nemmeno l’articolato equilibrismo della sindaca che dichiara di «non voler chiudere la Casa delle Donne» ma semplicemente «farla tornare nelle mani dell’amministrazione comunale». La frase, pur funzionale dal punto di vista della propaganda e della difesa politica, non ha nessun senso: la Casa nasce come spazio autonomo e ha la sua storia (e la sua forza) proprio nell’indipendenza di pensiero e di azione rispetto alla politica circostante: la Casa non può tornare nelle mani dell’amministrazione semplicemente perché non ci è mai stata e perché proprio nella sua distanza dalla politica ha trovato la forza di farsi rifugio e accoglienza per molte donne che nel corso degli anni hanno dovuto affrontare benpensanti, democristianismi, bigotti e tutto il resto.

Preoccupa ancora di più che la politica (in questo caso di tratta di Roma ma il discorso è molto più ampio e pariteticamente molto più trasversale) si metta a fare una sommaria relazione sull’attività pluriennale della Casa definendo l’attività fallimentare per gli ammanchi economici nei confronti della pubblica amministrazione: la Casa internazionale delle donne (così come capita per molte realtà associazionistiche) ha sostituito lo Stato lì dove lo Stato non ha avuto il coraggio (o la voglia, o il guadagno in termini di consenso) di arrivare. Se dovessimo stilare un bilancio totale le attività di formazione, di costruzione di coscienza civica, di informazione sui diritti, di consultorio e di appoggio credo che dovrebbe essere il comune di Roma a risultare terribilmente creditore.

Ma la battaglia della Casa internazionale delle donne concede a noi uomini un’altra occasione: difendere quello spazio senza volerselo mangiare e senza intestarsi una lotta. Interessarsi dei diritti degli altri: i diritti, del resto, sono quasi sempre quelli degli altri, come diceva Pasolini.

Perché oggi tocca a loro ma domani sarà un altro luogo, di diritti e di cultura, ad essere pesato per il bilancio piuttosto che per l’attività ed è bene che questi capiscano il prima possibile che il business dei diritti non funziona, non ha mai funzionato, se non per riempire la bocca di qualche becera uscita elettorale.

Buon venerdì.

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