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Arkady Babchenko è stato ucciso ieri, 29 maggio, a Kiev con tre colpi di pistola alla schiena sulla porta di casa mentre faceva rientro nell’abitazione. Il giorno dopo la morte del giornalista russo la tempesta di dichiarazioni e appelli internazionali, – e poi accuse incrociate tra Russia e Ucraina -, è già cominciata.

Purtroppo Babchenko non è il primo giornalista scomodo a perdere la vita in un omicidio che come gli altri, molto probabilmente, rimarrà irrisolto. L’Ucraina di guerra rimane una tomba di reporter, giornalisti e voci critiche per Kiev quanto per Mosca.

Secondo il capo della polizia di Kiev Andrej Krishenko, le autorità ora indagano su due piste: il lavoro e l’impegno civile del giornalista. Dopo aver combattuto da soldato nei due conflitti ceceni, Babchenko era diventato corrispondente di guerra del Moskovsky Komsomolets. Critico di Putin, accusava il Cremlino di aggressione nella guerra d’Ucraina, Paese in cui aveva scelto di vivere. Il Paese dove invece, aveva scritto, non si sentiva “più al sicuro” era la sua patria natale, la Russia.

Babchenko si era trasferito in Repubblica Ceca nel 2017, per stabilirsi poco dopo, definitivamente, in Ucraina. I motivi che lo avevano spinto alla fuga li aveva spiegati in un articolo apparso sul Guardian il 24 febbraio dello stesso anno e intitolato “il post non patriottico per cui ho dovuto abbandonare definitivamente la Russia”.

Il post di cui parlava Babchenko lo scrisse nel 2016 e riguardava l’incidente aereo sul Mar Nero in cui morì tutto il coro dell’Ensemble Alexandrov. «Non insultavo nessuno, volevo solo ricordare ai lettori che la Russia stava bombardando Aleppo» e anche lì, scriveva il giornalista, uomini, donne e bambini morivano.

«Come molti dissidenti, sono abituato agli abusi, ma l’ultima campagna contro di me, era così personale, così spaventosa, che ho dovuto lasciare il Paese», scriveva meno di un anno fa. In poco tempo una petizione per privarlo della cittadinanza fu firmata da 130mila persone, minacce di morte e di violenza erano state rivolte a lui e alla sua famiglia. Il suo indirizzo era stato reso pubblico su internet.

Molti rileggono quelle parole oggi, il giorno dopo la sua morte. Per Anton Gerashchenko, avvocato ucraino, consigliere del ministero degli Interni, come scrive su Facebook, la morte del giornalista è legata «agli sforzi delle spie russe di sbarazzarsi di quelli che provano a dire la verità su quello che sta succedendo tra Russia e Ucraina».

«L’Ucraina sta diventando il paese più pericoloso per i giornalisti, il governo ucraino non riesce a garantire le libertà più elementari» ha detto l’avvocato Yevgeny Revenko, accusando Kiev.

Per Mikhail Fedotov, a capo del Consiglio dei diritti umani al Cremlino, l’omicidio di Babchenko è «una chiara provocazione». Il ministero degli Esteri russo ha tuonato invece che «crimini sanguinosi e totale impunità sono diventati una routine» in Ucraina.

Nella guerra di accuse tra Mosca e Kiev rimane poco spazio per indagini neutrali sulla morte del reporter. Le speranze per risolvere il caso di omicidio sono poche, ma adesso a chiedere verità e giustizia sono organismi internazionali, ong giornalistiche, colleghi del giornalista.

«Chiedo alle autorità ucraine di condurre un’immediata e completa indagine sulla morte del noto giornalista Arkady Babchenko» ha richiesto Harlem Desir, rappresentante per la libertà dei media dell’Osce.

«Tutto questo è connesso al 100% al giornalismo, non posso dire chi l’ha fatto, ma posso dire che proveremo a scoprirlo» ha detto Dmitry Muratov, fondatore del giornale Novaya gazeta, il giornale della Politovskaja, con cui collaborava lo stesso Babchenko.

Il Cpj, Comitato protezione giornalisti, vuole che i responsabili del brutale crimine siano trovati, ha detto Nina Ognianova, coordinatrice dell’ong per l’Europa e l’Asia centrale: «Babchenko era ben conosciuto per il suo giornalismo critico, le autorità devono considerare il suo omicidio come un attacco alla libertà di stampa».

Ma Babchenko purtroppo non è il primo. Il giornalista bielorusso Pavel Sheremet è stato ucciso un anno fa, il 20 giugno 2016, per un’autobomba  «e nessuno è stato ancora incriminato per il suo omicidio», ricorda ancora il Cpj. Poi è toccato a Denis Voronenkov, ucciso a Kiev sulle scale del suo albergo nel marzo 2017. Era un avvocato del Cremlino, prima di diventare un critico della politica russa. Anche quelle indagini sono congelate.

Sulla situazione dei dissidenti ucraini e del mancato rispetto dei diritti umani, infine, un approfondimento su Left del 25 maggio.

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 16.47.

Il giornalista Arkady Babchenko è vivo ed è apparso in una conferenza stampa. Il finto omicidio è  stata una messinscena operata dai servizi segreti ucraini per impedire il suo assassinio.
Dietro la presunta morte di Babchenko c’è Babchenko: ha messo in scena la sua morte come parte di un’operazione dei servizi segreti, hanno riferito fonti ufficiali. «Chiedo scusa soprattutto a mia moglie, Olechka, scusa, ma non avevo alternative» ha detto il giornalista in conferenza stampa. «L’operazione è stata preparata negli ultimi due mesi, il risultato dell’operazione è che è stata arrestata una persona». Le stesse autorità che lo avevano dichiarato morto hanno smentito: Vasily Gritsak, capo dei servizi segreti ucraini, l’Sbu, ha ribadito che il giornalista russo è vivo e la morte inscenata faceva parte di un’operazione.

Il primo ministro ucraino Volodomyr Hroysman aveva detto in tv poche ore dopo la “morte” del giornalista di essere convinto che «la macchina del totalitarismo russo» avesse messo fine alla vita di Babchenko perché “non poteva perdonare la sua onestà e principi”. Mosca aveva già smentito le accuse in arrivo da Kiev secondo cui era il Cremlino ad aver organizzato l’omicidio.

Il ministro degli Esteri Serghey Lavrov aveva già risposto al primo ministro: «il premier sta già parlando di come l’omicidio sia stato compiuto dai servizi segreti russi, le indagini non sono neppure cominciate, questo metodo di conduzione degli affari internazionali è molto triste».

 

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