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Nonostante la sentenza della Corte d’appello di Perugia che denuncia il depistaggio della inchiesta sulla morte di Ilaria e Miran Hrovatin, la procura di Roma ha archiviato il caso. Luciana Alpi racconta tutta la sua amarezza ma non cede: «Voglio verità e giustizia»

«Sono certa che presto avrò verità e giustizia dalla procura di Roma sul duplice omicidio di Mogadiscio. Spero che le persone di cui i giudici di Perugia hanno riportato i nomi nella sentenza dell’ottobre scorso siano chiamate a dire finalmente la verità sull’incarcerazione dell’innocente Hashi Omar Hassan e sul massacro di Mogadiscio». Luciana Alpi aveva scritto queste righe pochi giorni prima che la procura di Roma mettesse una pietra tombale sull’inchiesta per l’omicidio di sua figlia Ilaria e di Miran Hrovatin, avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994. E, come lei stessa ha raccontato, contava di leggerle alla presentazione dell’edizione aggiornata del suo libro Esecuzione con depistaggi di Stato (Kaos Edizioni) scritto con il marito Giorgio, il giornalista Maurizio Torrealta e con Mariangela Gritta Grainer, all’epoca parlamentare Pds.

Ma dopo questa inaspettata svolta, l’incontro del 6 luglio alla sede della Federazione nazionale stampa italiana a Roma, si è trasformato nella prima occasione pubblica in cui Luciana Alpi si è espressa sulla decisione della procura capitolina di chiedere al Gip di archiviare il duplice omicidio, ritenendo impossibile individuare i colpevoli e il movente del brutale omicidio.

«Sono passati 23 anni e 3 mesi da quando mia figlia Ilaria e Miran Hrovatin sono stati assassinati a Mogadiscio. Da quel giorno si sono susseguite commissioni governative e parlamentari, cinque magistrati, svariati processi e trasmissioni televisive. Ma è stato completamente inutile, perché intanto dietro tutto questo ci sono state continue manovre: depistaggi, calunnie, bugie, apparati dello Stato che hanno voluto tenere nascosti i killer, i mandanti e i moventi dell’omicidio di mia figlia» ha detto Luciana Alpi, emozionata ma decisa. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano a Mogadiscio per documentare, per conto della redazione del Tg3, la guerra civile somala e per effettuare un’inchiesta su un presunto traffico d’armi e rifiuti tossici tra l’Italia e la Somalia. Lo Stato italiano in quegli anni aveva infatti donato all’allora Governo somalo una flotta di sei navi per favorire il commercio ittico tra l’Italia e la Somalia. Per la Somalia quelli erano gli anni della guerra civile, e non era certo che le imbarcazioni smerciassero solo pesce. Si sospettava infatti che esistesse un enorme traffico d’armi e rifiuti tossici tra i due Paesi.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, a Mogadiscio quel 20 marzo proprio per indagare sui presunti traffici, sono stati assassinati in circostanze estremamente misteriose e mai chiarite. Ma i genitori della giornalista sono sempre stati sicuri del nesso tra i due eventi. Per 23 anni si sono susseguite rivelazioni e colpi di scena: i taccuini e i nastri di Ilaria furono rubati, i testimoni chiave del processo sparirono e, ad oggi, nessuno è stato incarcerato. La verità, insomma, ancora non è emersa.

«Per me oggi non è una giornata normale, la mia emotività è molto scossa» dice a un certo punto la signora Alpi, che non si è mai arresa all’idea che fosse impossibile ottenere giustizia per l’omicidio della figlia. «Prima con mio marito Giorgio, mancato nel 2010, poi da sola ho ricevuto solenni impegni da parte di tutte le autorità dello Stato. Non ricordo nemmeno più la quantità di promesse e impegni verbali, ma il risultato finale è stato zero. Si è arrivati al punto di far incarcerare per 17 anni un innocente pur di coprire i responsabili del doppio delitto. Il 19 ottobre 2016 la Corte d’appello di Perugia ha perlomeno rimediato a questo scandalo scarcerando l’incolpevole Hashi Omar Hassan».

Hassan è il cittadino somalo finito nel 2000 in carcere dopo essere stato condannato a 26 anni con l’accusa di essere l’esecutore dei due omicidi. I giudici di Perugia lo hanno assolto «per non aver commesso il fatto». Decisiva fu, nel 2000, la testimonianza di un altro cittadino somalo, Ahmed Ali Rage, detto Jelle, che lo aveva identificato come componente del gruppo che uccise i due inviati. Gelle scomparve però nel nulla alla vigilia della sua deposizione in tribunale e gli inquirenti non sono mai riusciti a trovarlo. Successivamente è stato rintracciato a Birmingham, in Inghilterra, dalla troupe di Chi l’ha visto? e davanti alle telecamere ha raccontato di essere stato pagato per testimoniare il falso. Stando alle sue rivelazioni, andate in onda il 18 febbraio 2015, nel 1997, Gelle era stato portato in Italia per testimoniare sulle presunte violenze di cui era stato vittima da parte di alcuni soldati italiani in Somalia. Una volta arrivato gli venne offerto di testimoniare sull’omicidio dei due inviati, per «chiudere il caso». In cambio, ha detto l’uomo ai giornalisti Rai, ricevette denaro e la promessa di poter lasciare la Somalia, dove infuriava la guerra.

«Nelle motivazioni della sentenza del 19 ottobre i giudici di Perugia hanno messo nero su bianco nomi e cognomi di chi ha portato avanti “le attività di depistaggio di ampia portata” che ci sono state su questo caso», ricorda Luciana Alpi. «È la Corte di Perugia a parlare di depistaggio: la sentenza parla di un falso testimone protetto e manovrato dallo Stato italiano per far condannare un innocente. Tutto questo pur di mantenere nascosta la verità sul questo delitto». 

Quella di Perugia è sicuramente stata una sentenza clamorosa, in cui alcuni giudici hanno per la prima volta riconosciuto una volontà da parte dello Stato di insabbiare la verità sull’omicidio dei due inviati. «Mi aspettavo che la gravità dei fatti accertati e denunciati nella sentenza dei giudici di Perugia provocasse un piccolo terremoto istituzionale dal Quirinale in giù, e credevo che i colleghi di mia figlia, il mondo del giornalismo italiano, riportassero con il dovuto rilievo la notizia di una sentenza di tale gravità. Ma non è successo nulla di tutto questo», conclude la mamma di Ilaria Alpi.

L’articolo di Elena Basso è tratto da Left n. 28 del 15 luglio 2017


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