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Dopo il ciclo di seminari di approfondimento “Migranti: da dove vengono, cosa li spinge a partire, come viaggiano” , alla Fondazione Basso è stato presentato il libro Il controllo dello straniero. I “campi” dall’Ottocento a oggi a cura di Eliana Augusti, Antonio M. Morone e Michele Pifferi, editrice Viella.
Il libro fornisce un’accurata analisi del “campo” svolta, si legge, «alla luce di letture storiche, storico-giuridiche, studi antropologici e sociologici svolti entro le mura di centri per migranti in Italia e in Africa».
I saggi di cui il testo è composto, portano in un mondo di storie estremamente complesse e in parte conosciute durante i precedenti seminari sulle migrazioni (vedi articoli qui e qui).
Cercherò, per questo, di mettere in evidenza solo alcuni temi, invitando alla lettura del libro.
Le pagine si aprono con la storia della nascita dei ‘campi’ avvenuta durante le guerre coloniali a Cuba, in Sud-Africa nella guerra inglese contro i boeri e in altri conflitti. Con gli anni, in questi luoghi/non luoghi, si sono perpetuati anche feroci genocidi, fino a quello dei campi nazisti.

Il conflitto tra Stato e diritti umani

Si ritorna, spesso, alla storia tra Ottocento e Novecento, anni in cui iniziarono le prime migrazioni, e si mette in evidenza che gli «Stati Uniti, nell’arco di tempo considerato (Otto/Novecento) hanno assunto come principio ispiratore delle loro politiche migratorie, la tutela non tanto dei diritti degli individui, quanto delle prerogative della libertà, con la conseguenza di un corrente indebolimento delle garanzie giurisdizionali nei confronti degli immigrati. Prevaleva sui principi garantistici l’esigenza di governare e controllare i soggetti e, tuttavia, questo orientamento, ancorché dominante, doveva fare i conti con lo Stato di diritto difeso dall’opinione pubblica».
Tutto questo detto per gli Stati Uniti, può essere valido anche per l’Europa.
A partire dal dopoguerra, però, ci sono dei cambiamenti importanti: diventa certezza la convinzione di poter attribuire diritti all’essere umano in quanto tale.
La tesi dominante, dell’Otto/Novecento, della dipendenza dei diritti dallo Stato, viene rovesciata: i diritti non dipendono dalla volontà dello Stato, ma è lo stesso che trae la sua legittimità dal riconoscimento dei diritti, per cui, «sono i diritti (i diritti che la dichiarazione dell’Onu del 1848 presentava come diritti dell’uomo) che dovranno governare dando ad essi una piena e diffusissima attuazione.
Fra i diritti umani proclamati dalla Dichiarazione Onu del’48 due articoli, l’art.13 e l’art.14, hanno a che fare con il nostro problema. L’art.13 (secondo comma) recita che «ogni individuo ha il diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese» e l’art. 14 sancisce il diritto di asilo affermando che «ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni».

Il diritto di movimento dei popoli

La possibilità di muoversi, per andare ovunque, sembra garantita. Aggiungiamo ai diritti formulati dalla Dichiarazione del ’48, la Convenzione di Ginevra, la creazione, nel 1951, dell’United Nations High Commission for Refugees, e infine, il moltiplicarsi di documenti e di organismi internazionali designati alla tutela dei diritti umani, e avremo la sicurezza che una così profonda attenzione non era stata mai dedicata ai diritti delle persone. Ma, nonostante la dichiarazione del ’48, i confini non sono stati cancellati, a cominciare dall’America. Il diritto internazionale continua a considerare la sovranità dello Stato un principio basilare e a riconoscere a ogni Stato sovrano il diritto di controllare l’accesso al proprio territorio. Dobbiamo anche dire che la Dichiarazione del ’48 afferma il diritto di qualsiasi cittadino di uscire dal proprio Paese e di rientrarvi, ma non prevede il diritto di essere accolto in nessun altro luogo. Come già detto Stati e confini non sono stati superati, «non è scomparsa la logica della contrapposizione tra il dentro e il fuori, tra soggetti appartenenti a una determinata comunità politica e soggetti esterni, i cittadini affidabili e i pericolosi stranieri visti come nemici che devono stare al di fuori della ‘cittadella’ e, se pure si riesce a entrare, si rimane sempre nemico, ma nemico ‘interno‘(….) È in questa realtà che deve essere inclusa la storia dell’impiego odierno di misure nel controllo del movimento migratorio anche se, durante l’Otto/Novecento, si sono utilizzati strumenti di concentrazione dei migranti posti agli estremi del territorio nazionale. Per questo non può essere sottovalutato in Italia, Occidente compreso, la realizzazione di centri di detenzione avvenuta negli ultimi anni e che si presentano come luoghi dell’eccezione, ‘anticamere del diritto e dei diritti’, strumento di contenimento di soggetti deprivati di diritti fondamentali e, sarebbe anche fuorviante vedere nelle persone trattenute nei centri, soggetti inerti. Si devono invece raccontare i casi di resistenza individuale e collettiva che cominciano a manifestarsi e che, con fatica, trovano interlocutori, e spesso ottengono anche dei risultati (qualche decisione della Corte Europea dei diritti dell’uomo e della Corte costituzionale)».

I campi per gli stranieri

Tornando al ‘campo’, con questo termine si indica spesso, una struttura rozza e facilmente riconoscibile, che sostituisce le mura con «il profilo fluttuante del filo spinato e dei moderni reticolati metallici (…). Il campo è una “costruzione giuridica” ma, le azioni che in esso avvengono, possono essere definite come la negazione del diritto. Guardando poi alle politiche nazionali e, in particolare, al momento straordinario dell’espulsione dello straniero, il diritto di polizia si ‘universalizzò’ relativamente tardi, quando, sia gli Stati Uniti che l’Inghilterra, rispettivamente con le leggi 3 marzo 1903 e dell’11 agosto del 1905, regolamentarono l’immigrazione straniera e dotarono i loro rispettivi governi del diritto di espulsione».

Dal pregiudizio al mutuo interesse

Il primato restò legato alla Francia che, con la legge del 19 ottobre 1797, all’art. 7, previde la stretta sorveglianza per tutti gli stranieri, anche quelli ormai residenti sul territorio ai quali poi sarebbe stato tolto anche il passaporto. In Italia la legge 3-6-1889, all’articolo 90, delega il Ministero dell’Interno ‘per motivi di ordine pubblico ’, il potere di ordinare che lo straniero di passaggio, oppure già residente nel Regno, fosse espulso e condotto alla frontiera.
Lo ‘straniero’ ai quali si riferivano le leggi, poteva essere il lavoratore, il profugo, il deportato, lo schiavo, il vagabondo, lo zingaro, la persona con disturbi psichici, oppure l’appartenente ad un’altra nazione o etnia.
Il diritto che si stava sviluppando come scienza, prendeva il posto del trascendente e regolava la nuova famiglia delle Nazioni, basandosi sui parametri della reciprocità e del mutuo interesse e, un approccio scientifico, avrebbe dovuto salvaguardargli un’apertura senza pregiudizi e condizionamenti ma, la sua storia, lo condannava all’autoreferenzialità e a una decadenza coloniale.
La ricerca profonda del libro ci fa riflettere sulla cultura giuridica del nuovo millennio che critica la crescente criminalizzazione dei migranti, alimentata anche da una cattiva politica e opinione pubblica.

Gli immigrati italiani in America

Il problema serio dell’espulsione amministrativa nell’Italia postunitaria viene rivisto insieme alla lunga storia degli immigrati italiani in America, e alla storia delle Immigration Station di Ellis Island e Angel Island, inaugurate rispettivamente nel 1891 e nel 1910 e che operarono fino al 1954, e al 1940.
La prima costruita a N.Y. per accogliere gli immigrati, esaminarli e respingere i cosiddetti ‘non desiderabili’, la seconda, quella della baia della California, pensata proprio nel pieno dell’immigrazione cinese, per ostacolarne il flusso e favorirne i ‘rimpatri’.
La paura per l’invasione degli stranieri, continuò a crescere costantemente ovunque.

In Libia, dai campi fascisti a quelli attuali

E ancora, tra le pagine ritroviamo la terribile storia legata ai campi di concentramento in Libia durante il fascismo che non finisce mai di colpire per l’atroce repressione riversata su intere popolazioni nomadi e seminomadi per stroncare la resistenza anti-italiana portata avanti da Omar al- Mukhtar, al fine di avere sempre a disposizione mano d’opera da sfruttare, in tutti i sensi, per lo sviluppo della colonizzazione agricola.
Si arriva, così, ad un’epoca più recente, la Libia del post- Gheddafi, realtà in cui il campo, viene presentato come un luogo che ‘tutela’ i migranti e i loro diritti anche se non è così: «in Europa come in Africa, in realtà è, al contrario, un luogo di eccezione rispetto allo stato di diritto. Nel campo, detenzione, sofferenza fisica e psicologica, si combinano senza che per altro vi sia una chiara determinazione della fattispecie del reato commesso. Negli ultimi quindici anni si è dunque fatto ricorso sempre più alla detenzione amministrativa, non solo in Italia attraverso la costruzione di diverse tipologie di campi, ma anche in Africa, specialmente in Libia (…). Segue tutta la storia del “Trattato di Amicizia, cooperazione e partenariato” del 2008, tra il presidente del Consiglio italiano di allora, S.Berlusconi, e il generale M. Gheddafi, e che segnò, dopo il crollo della Libia, uno dei periodi più drammatici, amari e oscuri per l’Italia, condannata dai giudici della Corte Europea, il 6 giugno 2012, per la sua politica di respingimento in alto mare.
Anche i saggi sui campi italiani ci fanno riflettere sempre di più sul notevole aumento del flusso dei migranti diretti verso l’Europa, e che arriva sulle coste italiane e greche.

La politica della fortezza Europa

Il concetto di crisi poi, si è sovrapposto a quello dei rifugiati, anziché riferirsi ai luoghi di provenienza e transito – con cui i Paesi dell’Unione europea hanno storicamente costruito relazioni e portato avanti accordi – o alla crisi dell’Europa che, per molte cose, si è dimostrata inadeguata e ingiusta nell’individuare una seria e organizzata politica d’assistenza e protezione dei migranti.
Per comprendere l’odierna realtà, nelle pagine si tiene memoria di quel che è accaduto sul territorio italiano, dal 2013, con l’avvio dell’operazione Mare Nostrum e poi con quella denominata Triton, diretta da Frontex, per riflettere su molti aspetti delle politiche di controllo e sorveglianza verso i rifugiati arrivati via mare.

Le leggi italiane sullo status di immigrato negano i diritti

Tra queste pagine, come è stato accennato prima, si affronta il problema della detenzione amministrativa degli stranieri, istituto giovane dell’ordinamento giuridico italiano, introdotto per la prima volta nel 1995 come misura eccezionale di natura temporanea, e poi normalizzato dal 1998, dopo aver subito numerose modifiche e trasformazioni che hanno riguardato le regole e gli standard per la creazione e la gestione dei centri destinati a ‘trattenere’ gli stranieri in attesa di espulsione.
«In questa lunghissima e difficile storia, la cosa più inquietante, è il riemergere degli status.
Lo status di immigrato irregolare prescinde dai comportamenti del soggetto che ne è titolare e giustifica di per sé una sua capitis deminutio nel godimento non solo dei diritti sociali, ma di quegli stessi diritti di libertà e alla dignità, che finora erano stati considerati i più inalienabili fra i diritti umani».

 

IL RAGGIO VERDE

Dopo gli incontri alla Fondazione Basso, trovare una linea profonda per raccontare le storie e le esperienze ascoltate da tante persone, è stato impegnativo ma molto interessante. Tornare poi indietro nella Storia, attraverso le pagine di un libro, per vedere meglio quando e perché sono nati nel mondo terribili ‘pensieri’ che hanno generato altrettante terribili realtà, è stato importante per capire meglio perché ancora oggi, ingiustizie profonde e disuguaglianze persistono ovunque. Ma, per inoltrarsi, senza perdersi, in questo infinito e difficile mare, ci vuole molta conoscenza e, allora, che fare? Domanda profonda, e risposta immediata: dobbiamo ripartire dalla Teoria della nascita dello psichiatra Massimo Fagioli, perché «è la nascita che rende tutti uguali» (v. articolo di Francesco e Domenico Fargnoli sul Sogno della farfalla, n.2, 2018 ) e che dà la speranza-certezza che esista un altro essere umano con il quale avere rapporto. È quel raggio profondo di luce che salva, e non fa affogare nel mare nero della disperazione; raggio verde che, come racconta una storia dà, a chi ha la fortuna di vederlo nella magica luce di un tramonto, la possibilità di conoscere se stesso e gli altri. Raggio verde come quello disegnato sulla copertina della rivista Il Sogno della farfalla che oltre al numero monografico sopracitato ha dedicato un convegno il 14 aprile 2018  insieme a Left e alle sue infinite pagine rosse.

3-fine

Gli altri articoli sono stati pubblicati

il 22 agosto 2018 

e il 23 agosto 2018

 

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