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Sul tavolo del ministro del lavoro Di Maio ci sono dossier che parlano di 144 aziende in crisi, a rischio chiusura. Davanti ai nostri occhi si para il dramma dei lavoratori dell’Ilva, specchio della storia e della attuale situazione italiana.

I dati Istat, riportati dal giornale della confindustria, Il Sole 24 Ore dicono che «gli occupati sono diminuiti dello 0,1% (-28mila unità) rispetto a giugno, mese in cui si era già registrato un calo di 41mila unità». Precisando, come se fosse una rassicurazione, «che il calo riguarda solamente le donne e si concentra tra le persone di 15-49 anni». In flessione i dipendenti con contratto stabile (-44mila), mentre crescono lavoratori a termine e indipendenti (entrambi +8 mila). Aumentano al contempo gli inattivi (+89mila in un mese).

Qui ci fermiamo con le cifre che fotografano il drammatico status quo, a cui dedica un puntuale e analitico approfondimento Checchino Antonini in un articolo su questo numero di Left in cui anticipa alcuni contenuti della nota di aggiornamento del Def, il Documento di economia e finanza, che il governo giallonero deve completare entro il 27 settembre. Ma non c’è solo questo. Nei prossimi mesi ciò che ci aspetta è una manovra lacrime e sangue, stridente rispetto alle tante promesse fatte fin qui dall’esecutivo: dal reddito di cittadinanza all’abolizione della riforma Fornero sulle pensioni.

Nei fatti, da marzo a oggi, abbiamo visto le urgenze del Paese – disoccupazione, emigrazione degli italiani, povertà crescente ecc.- essere lasciate al palo, senza alcuna risposta mentre il governo a trazione leghista si accaniva contro l’emergenza immigrati (che non c’è), fino a prendersela con i 177 profughi a bordo della Diciotti (che oltretutto batte bandiera italiana), violando i principi della Costituzione e la Convenzione di Ginevra.

Fino a prendersela, come ha fatto il ministro Salvini pochi giorni fa con chi non ha un tetto. Lo ha fatto con una circolare ai prefetti che annuncia la stretta sulle occupazioni, al grido «la proprietà privata è sacra». La vita umana non conta niente?

Il presidente della Repubblica ancora tace. L’Italia intanto precipita, nel silenzio totale, mentre l’opposizione non sa o non vuole reagire. Anche la piccola crescita che sembrerebbe riguardare i Paesi europei non lambisce l’Italia: l’unico Paese del G7 che nel secondo trimestre dell’anno ha registrato un rallentamento della crescita (fonte Ocse). Ma nessuno si interroga seriamente sul perché. O almeno non si interrogano i partiti di governo, fautori di un neoliberismo di marca leghista e grillina interclassista, demagogico, che fa credere ai più poveri, ai disoccupati che aspirano a un reddito di cittadinanza, di avere gli stessi interessi degli imprenditori della Padania, per i quali il governo è pronto a varare la flat tax che mette tutti sullo stesso piano iniquamente. Non si interroga seriamente nemmeno il Pd che del neo liberismo ha fatto una religione tradendo le speranze e le aspirazioni di quella che un tempo era la sua ampia base. Il neoliberismo che predica l’austerity e il neoliberismo xenofobo e nazionalista si tendono la mano.

Per questo non ci pare utile tentare di resuscitare quel Pd che è nato su una aperta negazione dell’antifascismo, partito in caduta libera a cui Renzi ha inferto il colpo finale. Accanirsi in quella impresa significa negare la possibilità di far nascere una sinistra dalle lotte di donne e uomini dell’antifascismo, una sinistra senza dogmi, progressista, per la quale parole come libertà e uguaglianza hanno un senso pieno e profondo. In questo numero di Left abbiamo provato a tracciare una panoramica dei problemi più urgenti: disoccupazione, precarizzazione, caporalato.

Siamo tornati a raccontare la realtà italiana nella sua dimensione più dolorosa, realtà che tutti conosciamo ma che proviamo a leggere più in profondità. Rifiutando il mantra di chi ci dice che questa realtà ingiusta sia immodificabile. Pensando che una nuova sinistra sia ancora possibile, uscendo da vecchi schemi, guardando all’identità umana più profonda che ci parla di valori umani universali, a prescindere dal colore degli occhi e della pelle. Marx necessario ma non sufficiente. Di questo torneremo a parlare anche l’8 settembre a Firenze.

Risuonano le parole dell’ex presidente uruguaiano Pepe Mujica. «Noi pensavamo di cambiare il mondo cambiando solo il sistema di produzione. Ma poi abbiamo capito che se non cambi la testa e la cultura, il sistema non cambia».

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 7 settembre 2018


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