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La Repubblica Centrafricana è ufficialmente, con la pubblicazione delle ultime graduatorie dell’Onu degli indici di sviluppo, il Paese più povero del mondo. Ed è un Paese cronicamente in guerra, guerra tribale che diventa guerra di religione, che ha reso praticamente impossibile garantire la sicurezza di chi ci vive. Uno scontro di civiltà che vede coinvolti, a fianco delle fazioni in campo, potenze mondiali come Francia – il Paese è tradizionalmente parte dell’Africa centrale francese -, Russia, Cina.

Perché, somma contraddizione, la Rep. Centrafricana – come del resto molte altre nazioni del Contintente e di quello che ancora si può definire Terzo mondo – è poverissima sì, ma ricca di risorse. Nella Repubblica Centrafricana si trova, sia pure su scala minore, tutto quello che si trova nel vicino Congo, la cui storia di conflitti è molto più nota, ma che del resto, quanto ad indici di sviluppo socio-economico, non se l’è mai passata un granché meglio: uranio, petrolio, oro, diamanti e quasi tutti i metalli pregiati, coltan.

Quanto detto sin qui, unito alle fosche brume dei mattini equatoriali, basterebbe per dire che la definizione di porto delle nebbie può attagliarsi a pennello alla Repubblica Centrafricana. Bene, in questo scenario da porto delle nebbie si è recentemente consumata la tragedia dei tre giornalisti russi Orkhan Dzhemal, Alexander Rastorguyev e Kirill Radchenko, uccisi nella notte tra il 30 e il 31 luglio da un commando di uomini armati, a 23 Km da Sibut, un centro che si trova circa 200 km a nord est della capitale Bangui, sulla strada per Bambari, altri 100 km circa di distanza, e per alcuni centri minerari controllati dalla milizia musulmana di opposizione Séléka.

I tre lavoravano ad un documentario per conto dell’Investigation Management Centre (Icm), un centro di documentazione per il giornalismo d’inchiesta legato all’opposizione interna al presidente russo Putin, presieduto da Andrey Koniachin e finanziato da Michail Khodorkovsky, il più famoso dei dissidenti russi. Si sa che stavano indagando su un presunto legame tra le recenti concessioni minerarie alla Russia e la presenza sul territorio del gruppo Wagner, un’armata di mercenari venuta agli onori della ribalta per il suo ruolo in discussi episodi nelle guerre nel Donbass e, soprattutto, in Siria. Secondo Khodorkovsky inoltre, i tre avrebbero dovuto incontrare, il 2 o il 3 Agosto, un rappresentante della MINUSCA, la missione dei caschi blu dell’Onu per la stabilizzazione del Centrafrica.

Le autorità locali indagano per rapina, i tre giornalisti sarebbero stati fermati ad un posto di blocco da una decina di uomini armati col turbante, che parlavano arabo- che l’autista locale dei tre non comprendeva, mentre Dzhemal e Rastorguyev sì-, avrebbero fatto resistenza ad un tentativo di rapina e sarebbero stati uccisi.

Ma Dzhemal e Rastorguyev erano veterani di teatri di guerra come l’Afghanistan e l’Iraq, Dzhemal era celebre in patria per il reportage sulla guerra in Georgia del 2008, era stato ferito in Libia, dove aveva rischiato di perdere una gamba, e persino sequestrato in Somalia. Insomma, come hanno prontamente rilevato i colleghi, mai e poi mai avrebbero rischiato la vita per resistere ad un tentativo di rapina. Come ha fatto notare Tatiana Denisova, esperta di Africa tropicale per l’Accademia delle Scienze di Mosca, le milizie locali hanno tutto l’interesse a sequestrare gli occidentali a scopo di riscatto, non certo a massacrare la gallina dalle uova d’oro per relativamente pochi spiccioli.

Da più parti inoltre, si mette in dubbio la credibilità dell’autista, che sarebbe stranamente stato lasciato vivo dal commando. Konyachin ha dichiarato di non capire perché i tre avessero deviato di una ventina di chilometri verso nord, dalla strada che collega Sibut a Bambari. A questo proposito, mentre tutti si sono concentrati sulla possibilità che i tre avessero scoperto qualcosa di compromettente sulla gestione dei centri minerari da parte di miliziani della Wagner, Novaya Gazeta, il giornale russo di opposizione per cui lavorava Ana Politkovskaya, la giornalista esperta di Cecenia uccisa nel 2006, ha scritto che forse i giornalisti avevano deviato verso Nord per seguire le carovane del traffico di migranti centrafricani, che sarebbero gestite anche dalla Wagner, e attraverso le quali la milizia organizzerebbe un traffico di foreign fighters reclutati in loco. Ipotesi.

Sull’inaffidabilità dell’autista è intervenuto lo stesso Khodorkovsky, che ha amaramente ammesso come il fatto sia sintomatico della cattiva organizzazione della trasferta, e delle misure di sicurezza che avrebbero dovuto tutelare i tre giornalisti. Khodorkovsky ha detto questo anche dopo aver constatato che le conversazioni sui cellulari dei tre erano in possesso di un canale televisivo di proprietà di Yevgeny Prigozhin, uno degli oligarchi russi più potenti oggi, e da tempo sospettato di essere il principale finanziatore, nonché l’uomo che controlla in realtà il gruppo Wagner. Khodorkovsky ha annunciato che smetterà di finanziare l’Icm, che sta già finanziando un nuovo team investigativo che si occupi di fare luce sul caso, e che si sente, come finanziatore del progetto, responsabile verso le famiglie dei tre, che si preoccuperà di sostenere. Da italiani, verrebbe da dire, un comportamento ben diverso da quello tenuto dall’Università di Cambridge nei confronti del povero Giulio Regeni.

Questa la scena del crimine che si è consumato nel porto delle nebbie centrafricano. Nel quale c’è perennemente la guerra tra poveri, sponsorizzata dai ricchi, in cui sembra ora essersi inserita un’armata di mercenari che fa il bello e il cattivo tempo. Diamo qualche dettaglio in più sul contesto in generale.

La guerra innanzitutto. Il territorio della Repubblica Centrafricana è diviso, a grandi linee, tra i popoli del nord, detti Peule, sudanesi, presenti a macchia d’olio tra i paesi del Sahara centro meridionale e convertiti all’Islam, e i popoli del sud, animisti evangelizzati dalla penetrazione cristiana, durante la fase coloniale. Tra i due gruppi esistono rivalità e conflittualità storiche, che con la sovrapposizione del Cristianesimo e dell’Islam sono fatalmente diventate scontro di civiltà e guerra di religione. Il gruppo dirigente al potere appartiene tradizionalmente ai cristiani, e tale è il presidente attuale Faustin Archange

Touadéra, come pure i suoi predecessori Catherine Samba Panza e Francois Bozizé. Nel 2012-2013 c’era stato un colpo di stato, con cui Michel Djotodia, un politico centrafricano di formazione non a caso russa, alla testa dei ribelli Peule Seleka, aveva spodestato Bozizé. Poi la situazione è rimasta instabile, la parte cristiana, appoggiata dalla Francia e dall’Onu, ha riconquistato almeno il controllo della capitale- fino ad un certo punto, Bangui è spesso percorsa da violenti disordini – con la presidenza della Samba Panza, nel 2014, ma il Paese è rimasto sostanzialmente fuori controllo, in preda ad una moltitudine di gruppi armati e tribali.

Si è detto e scritto in passato che il colpo di stato Seleka fosse orchestrato dal Sudan, per interessi cinesi. I cinesi erano presenti in Repubblica Centrafricana dal 2007, quando una loro azienda cominciò a trivellare una concessione petrolifera. Il progetto si è interrotto nel 2017, nonostante la Cina abbia condonato miliardi di debiti alla Repubblica Centrafricana, e abbia anche avviato programmi di scambio per formare la classe dirigente del martoriato Paese. La Cina però non è mai riuscita ad ottenere qualcosa che invece la Russia ha ottenuto dall’Onu, all’inizio di quest’anno: la possibilità di “aggirare” l’embargo sulla vendita di armi al Paese africano. All’inizio del 2018, infatti, la Russia è stata autorizzata dall’Onu a fornire armi leggere, 5 addestratori militari e 170 formatori civili per le forze di sicurezza. A fine maggio c’è stato un incontro a S.Pietroburgo tra Putin e Touadéra. Più o meno in quei giorni il sito Africa Intelligence ha scritto che la miniera d’oro di Ndassim, che si trova nei pressi di Bambari, meta dei tre giornalisti uccisi, è stata data in concessione alla Lobaye Invest e alla Sewa Security Service di Yevgeny Prigozhin. Di nuovo lui. Attualmente la miniera è controllata da Seleka, che riesce a ricavarne, con metodi estremamente artigianali, non più di 350.000 dollari al mese.

Secondo un altro giornale, The Insider, un Cessna 182, noleggiato proprio dalla Lobaye Invest, è stato visto ripetutamente volare e atterrare, con a bordo sempre “formatori civili per forze di sicurezza”, in località minerarie del paese, come Alindao, Birao, Borar, Bria e Cabo. C’è chi insinua che anche all’Onu devono aver cominciato a fischiare le orecchie a qualcuno, quando si è cominciato a capire chiaramente l’interesse minerario di Mosca dietro la fornitura di armi, e che i 170 formatori civili potevano essere in realtà uomini della Wagner. Così la Russia sarebbe riuscita in un’impresa che non è riuscita alla Cina: ma la Russia, ricordiamolo, in questa fase appoggia quello che, secondo l’Onu, è il legittimo governo centrafricano, lo stesso che la Francia ha sempre appoggiato.

A ottobre e novembre 2017 ci sono stati due incontri politici importanti: il primo a Sochi, tra il ministro degli Esteri russo Lavrov e Touadéra, il secondo tra il ministro della Difesa russo Sergej Shoigu e il presidente sudanese Omar al Bashir. In entrambi gli incontri si sarebbe parlato di forniture e assistenza militare in cambio di concessioni minerarie. Nel primo incontro sarebbero state decise le concessioni alla Lobaye e alla Sewa di Prigozhin, nel secondo sarebbe stato concesso alla M Invest dello stesso lo sfruttamento di miniere d’oro in Sudan, anche qui in cambio di competenze militari, per l’addestramento delle divisioni che si muovono proprio lungo il confine con la Repubblica Centrafricana. Shoigu avrebbe ottenuto in cambio da al Bashir la concessione di una base militare sul Mar Rosso, posizione strategica indubbiamente notevole, che dovrebbe difendere il Sudan da eventuali attacchi Usa.

In effetti in questi incontri si è parlato anche di installazioni militari, di forniture di macchine agricole e, per quanto riguarda il Centrafrica, anche di legname pregiato.

Mosca gioca su due tavoli, ma questo, in simili faccende, non deve sorprendere, quando si tratta di finanziare guerre civili per il controllo di risorse è sempre prudente, se si può, che una mano non sappia cosa fa l’altra. Il tutto inoltre, non è in contraddizione con quanto Putin ha sempre detto riguardo alle forniture militari di Mosca: si riforniscono in maniera equilibrata tutte le parti in causa, in modo da facilitare il raggiungimento di una posizione di stallo, che porti ad un compromesso.

D’altronde gli Stati Uniti di Trump, noto estimatore di Putin, hanno recentemente sdoganato il Sudan di al Bashir, togliendolo dalla lista degli Stati canaglia. Per dire che forse si sta determinando un equilibrio di cose che va bene a molti, se non a tutti.

Mosca poi, e la Cina con lei, sembrano aver rispolverato la strategia della guerra fredda, quando si parla di formare le classi dirigenti dei paesi amici. In Repubblica Centrafricana i cinesi, osteggiati dall’Onu e dalla Francia, sembrano aver fallito nell’intento, laddove sembrano ora poter riuscire i russi. Secondo il giornale Kommersant – citato da Micol Flamini del Foglio -, Prigozhin, che si occupa praticamente di tutto, avrebbe addirittura in mente di selezionare politologi africani, mandarli a studiare a Mosca, e farli rientrare in patria prima delle elezioni. Prigozhin, evidentemente, non è solo avido di ricchezze o potere, ma ha anche una fine e lucidissima mente politica. Vale la pena ricordare che è il primo dei tredici cittadini russi sotto inchiesta per il Russiagate. A lui fanno capo l’Internet Research Agency e la factory troll – così si chiamano le basi di falsi account internet che manipolano la pubblica opinione sul web – accusata di aver influenzato le ultime presidenziali americane.

Maria Zakharova, portavoce di Lavrov, ha dichiarato, a margine della vicenda dei tre giornalisti uccisi, che gli interessi russi e la presenza di istruttori militari nella regione non erano certo un segreto. Forse però, il fatto che tali istruttori siano arrivati con la copertura di un’autorizzazione dell’Onu, che ci sia un legame tra la loro presenza e lo sfruttamento di concessioni minerarie, e che facciano parte di una milizia privata controllata da un oligarca, può essere un fatto alquanto imbarazzante per tutti, Onu e Russia insieme.

Per dovere di cronaca, in questo porto delle nebbie e terra di nessuno che è la Repubblica Centrafricana, il primo maggio 2018 c’è stato un gravissimo attentato in una chiesa cattolica di Bangui, dove sono stati usati lanciagranate contro la folla riunita. Ci sono stati 30 morti e più di 100 feriti. Gli autori dell’attentato sarebbero miliziani islamici di un quartiere della capitale, il cosiddetto PK5, che il governo non controlla. «C’è una manipolazione in corso? Un’agenda nascosta? Il tentativo di far mettere il Paese sotto protettorato?» si è chiesto il cardinale Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui. Le risposte probabilmente sono scritte nelle foschie dei mattini equatoriali.

L’articolo prosegue nella Seconda e nella Terza parte

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