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Segue dalla Prima e seconda parte

Forse qualcuno ricorderà ancora una vicenda internazionale che ha visto coinvolta l’Italia cinque anni orsono. Quella del banchiere dissidente politico kazako Mukhtar Ablyazov, della moglie Alma Shalabayeva e della figlioletta Alua. Ablyazov era riparato in Italia, a Roma, dall’Inghilterra, dove si era rifugiato nel 2009, anno della sua fuga dal Kazakistan, dove era inviso al presidente padrone Noursultan Nazarbaev per aver sostenuto dei movimenti di opposizione, e accusato di aver portato al fallimento la Bta Bank, la principale banca del Paese. Ablyazov era stato sottoposto a procedimenti giudiziari in Inghilterra, su denuncia dalla sua ex-banca, e condannato a risarcimenti miliardari. Da ultimo temeva per la sua stessa incolumità e quella dei suoi familiari. Ma anche a Roma era seguito costantemente da più occhi indiscreti, dato che nel frattempo era stato emesso nei suoi confronti un mandato di cattura internazionale dall’Interpol. Fece in tempo a fuggire in Francia, mentre la polizia italiana arrestava la moglie e la figlia per immigrazione illegale e le rimpatriava in Kazakistan con decreto di espulsione, sull’aereo privato dell’ambasciatore kazako a Roma. Una decisione di cui il nostro governo si sarebbe “pentito” nelle settimane successive, arrivando a chiedere la restituzione delle due donne, e su cui la magistratura ha aperto un’inchiesta che ha coinvolto l’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano e i più alti dirigenti della Questura di Roma.

Poi Ablyazov venne arrestato in Francia – l’Interpol arriva anche lì -, dove, all’inizio del 2014, fu raggiunto da due diverse richieste di estradizione dalla Russia e dall’Ucraina, dove esistevano filiali della Bta, ma da dove sarebbe quasi certamente ripartito per il Kazakistan. Ne è nato un iter giudiziario di quasi tre anni, che alla fine ha visto l’ex-banchiere restituito alla piena libertà il 10 dicembre del 2016, con sentenza del Consiglio di Stato francese, che ha definitivamente bollato come motivate politicamente tutte le accuse nei suoi confronti.
Ebbene, i più attenti ricorderanno forse che Ablyazov e la moglie avevano, al momento dell’arresto, un passaporto diplomatico centrafricano. Quello dei passaporti diplomatici della Repubblica Centrafricana, concessi con disinvoltura a centinaia di personalità non esattamente centrafricane, è stato anche un non piccolo scandalo, tra la miriade di problemi infinitamente più grandi che il Paese si trova ad affrontare, ma, a chi cerca di decifrare qualcosa del suo groviglio politico, dice piuttosto che, almeno per un certo periodo di tempo, Ablyazov deve aver sostenuto il governo centrafricano, in particolare quello di Francois Bozizé, ossia il governo sotto il quale erano stati rilasciati i due passaporti. Si potrebbe pensare che ciò debba aver fruttato ad Ablyazov parecchi buoni uffici in Francia, ma probabilmente è così solo in parte.

Ablyazov, e con lui Viktor Khrapounov, ex-sindaco di Alma Ata, fuggito lui pure dal Kazakistan nel 2007 con un passaporto centrafricano e una fortuna personale di 300 milioni di euro, è stato certamente vicino all’uomo d’affari francese Laurent Foucher, a sua volta vicino a Claude Guèant, ex-ministro dell’Interno di Sarkozy. Foucher è attivo nel settore minerario, nel petrolio e nelle telecomunicazioni, con interessi nella Repubblica Centrafricana, dove Catherine Samba Panza (presidente ad interim della Repubblica Centrafricana dal 2014 al 2016, ndr) lo ha anche nominato a capo della missione diplomatica centrafricana a Ginevra. Lo stesso faccendiere francese, dunque, sotto due presidenze diverse – Sarkozy e Hollande – era attivo in Centrafrica, anche qui sotto due governi diversi – Bozizé e Samba Panza. Tra Bozizé e Samba Panza c’è stato l’interregno di Djotodia, salito al potere nel 2013 con il colpo di Stato dei ribelli musulmani Séléka. Dopo il putsch, la Francia ha assecondato l’ondata di violenza cristiano-animista delle milizie Anti-Balaka, fino a portare al potere Samba Panza, certamente non di estrazione Anti-Balaka, ma di educazione cristiana, come Bozizé e l’attuale presidente Touadéra. Pare però che la Francia non abbia fatto nulla per salvare Bozizé dal golpe di Djotodia, non essendo mancati i motivi di contrasto col primo, nel corso della sua lunga permanenza al potere.

Insomma, ci si potrebbe chiedere: se la Francia si è eventualmente servita di Ablyazov per i suoi giochi di potere centrafricani, e se non sempre il parere sulla linea da seguire nel Paese è stato univoco, questo può aver avuto delle ripercussioni sulle decisioni da adottare nei confronti del banchiere dissidente politico?
Più in generale, e non solo per quel che riguarda la Francia, quanto certe decisioni politiche possono essere influenzate dai rapporti del momento dei vari Paesi europei con la Russia e con tutta l’area ex-sovietica, dove il Kazakistan, per esempio, conta tantissimo, per le risorse e per le strategie geo-politiche?
Nel corso dell’ultimo anno dalla sua liberazione, Ablyazov è stato coinvolto, come testimone, nell’indagine di una commissione parlamentare d’inchiesta belga sul possibile voto di scambio che, nel 2011, aveva portato all’approvazione della legge sulla transazione penale, la possibilità cioè di evitare un processo per reati punibili fino a cinque anni di reclusione pagando somme di denaro.

Una legge, in pratica, accusata di essere stata fatta apposta per gli imprenditori del settore diamantifero di Anversa, che volevano così risolvere le loro frequenti controversie fiscali. Secondo altre accuse, inoltre, la legge sarebbe stata il frutto delle indebite pressioni dell’allora ministro dell’Interno francese Claude Guèant sul capo del senato belga Armand De Decker; Guèant spingeva sull’adozione della legge affinché avessero potuto usufruirne tre kazaki sotto processo in Belgio, che effettivamente furono poi i primi ad avvalersi della norma: Patokh Chodiev, Alijan Ibragimov e Alexander Mashkevitch. In ballo per la Francia c’era una preziosa fornitura d’armi – elicotteri da guerra – al Kazakistan.

I tre kazaki erano accusati di aver pagato tangenti a un politico del Frontnational, Mark Rozenberg, e ad un controverso faccendiere, Eric Van de Weghe, in cambio di documenti di identità belgi. Nell’indagine della commissione è così finita una lunga lista di imprenditori russi, ucraini, kazaki, tutti in odore di rapporti con la mafia russa, precisamente col clan moscovita “Soltneskaya”, che si dice il più potente, tutti bisognosi di documenti belgi, come Chodiev, Ibragimov e Mashkevitch. Ablyazov ha testimoniato contro i tre kazaki a settembre del 2017. Poi i lavori della commissione si sono chiusi ad aprile di quest’anno, in un nulla di fatto sostanziale, e con molte polemiche nei confronti del presidente della commissione Dirk Van der Maelen, che, in disaccordo col documento votato a maggioranza, ha provato ad anticiparne la pubblicazione con dichiarazioni alla stampa.

È già abbastanza significativo che Ablyazov, vicino a Foucher che era vicino a Guèant, compaia in questa storia dall’altra parte della barricata rispetto all’ex-ministro di Sarkozy. È ancora più istruttiva una breve rassegna di siti internet francesi e belgi, dove viene descritto come uomo poco raccomandabile, bancarottiere fraudolento che occulta a tutt’oggi parte del suo patrimonio, uomo di estrema destra e quasi-fascista – si noti la bellezza del quasi – per avere accusato le compagnie petrolifere straniere di saccheggiare il suo Paese, pagando una miseria i lavoratori, e infine, dulcis in fundo, razzista e antisemita, che nutrirebbe dei pregiudizi contro Chodiev e Ibragimov perché uzbeki, e contro Mashkevitch perché di origine israeliana.

Naturalmente si può discutere di tutto, anche di Ablyazov e dei fondi della Bta che è accusato di aver sottratto – si dice per un totale di 6,5 miliardi di dollari -, come pure delle presunte politiche spregiudicate attuate per un decennio dalla banca kazaka, tese più all’accumulo di credito – comprando debito altrui – che non alla tutela della liquidità. Ablyazov è tra l’altro laureato in fisica teorica, per cui dovrebbe intendersi bene di titoli derivati. Ma di qui ad accettare senza discussione le accuse di fascismo ed antisemitismo di improvvisati difensori d’ufficio di affaristi dell’area ex-sovietica, accusati a loro volta di prossimità con la mafia russa, ce ne corre.

Bisogna ricordare che, a parte tutti i problemi, reali o fatti apparire ad arte, la Bta era comunque ancora, alla fine del decennio scorso quando venne nazionalizzata, il principale creditore dello stato kazako, ed è proprio per non lasciare un simile privilegio ad un suo oppositore che Nazarbaev ha voluto nazionalizzarla ad ogni costo. Nelle sentenze britanniche che hanno condannato Ablyazov a risarcimenti miliardari nei confronti di soci della Bta, i giudici hanno (curiosamente) precisato che la nazionalizzazione non ha nulla a che vedere con i motivi per cui il banchiere era imputato, anche se la stessa nazionalizzazione è stata realizzata in spregio dei più elementari diritti delle controparti. Il fatto è che se non ci fosse stata la nazionalizzazione, non ci sarebbero mai state cause contro Ablyazov.

Tutto quanto ruota intorno alle vicissitudini di Ablyazov rimanda alla debolezza politica attuale con cui l’occidente si confronta col mondo ex-sovietico: si va dalla galassia di ex-politici di prestigio, spesso di sinistra, pagata con stipendi milionari da Nazarbaev, in qualità di consulenti, come Blair, Prodi o Schroeder, alla eccessiva facilità con cui l’Interpol da seguito alle richieste internazionali di arresto, anche quando arrivano da Paesi in cui non sono garantiti i diritti democratici. L’ambiguità dei rapporti con la Russia – e di riflesso anche con la Cina – è un segno distintivo della politica francese, forse non solo dell’ultimo periodo. Può essere che i margini di manovra si stiano restringendo, con gli Stati Uniti impegnati su molti tavoli, e Cina e Russia che spesso fanno blocco. Così la Francia può invocare l’intervento contro la Russia in Siria, cercando di trasformare l’organismo Onu per la messa al bando delle armi chimiche in una sorta di circolo anti-russo, e allo stesso tempo agire in Iran da alleata di Russia e Cina; oppure sostenere, sempre insieme alla Russia, la fazione di Haftar nella guerra civile libica, in questo caso a diretto detrimento di interessi del governo italiano.

Questa strategia sembra aver deciso anche l’apparente epilogo delle vicende centrafricane. A settembre del 2017, quindi rispettivamente un mese e due mesi prima dei colloqui tra il ministro degli Esteri russo Lavrov e il presidente della Repubblica Centrafricana Touadéra, e tra il ministro della Difesa di Mosca Shoigu ed il presidente sudanese al Bashir, Touadéra aveva incontrato il presidente francese Macron, chiedendogli accoratamente di fare qualcosa per aggirare l’embargo sulle armi alla Repubblica Centrafricana, che praticamente non aveva più né uomini, né armi da contrapporre ai vari ribelli. Macron avrebbe voluto dirottare in centrafrica un carico d’armi sequestrato in quel periodo in Somalia, e destinato ad al Shebaab, ma la Russia pose il veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sostenendo – affermazione inattaccabile – che le armi illegali sequestrate vanno distrutte, non fatte ricircolare per calcoli occasionali di questa o quella potenza. Macron avrebbe allora indirizzato Touadéra da Putin, il quale si è praticamente offerto di adoperarsi perché l’embargo potesse essere aggirato, direttamente con aiuti militari russi, che sarebbero così andati, almeno in parte, a sostenere il contrasto a milizie che la stessa Russia aveva contribuito ad armare. Chissà se Macron si è pentito del consiglio dato a Touadéra. Di certo non poteva essere così ingenuo da non pensare che Putin ne avrebbe in qualche modo approfittato.

Il 5 giugno 2018, solo pochi giorni dopo il forum economico di S. Pietroburgo, in cui c’era stato un nuovo incontro tra Touadéra e Putin, il ministro della Difesa centrafricano Marie Noelle Koyara ha chiesto pubblicamente che l’embargo fosse aggirato una seconda volta, per permettere adesso l’arrivo di un carico d’armi cinesi, cui sarebbero dovuti seguire esperti militari, sempre cinesi. Questa volta, il 15 giugno, sono stati Francia, Regno Unito e Stati Uniti a porre il veto al Consiglio di Sicurezza: i britannici hanno motivato il veto esprimendo preoccupazione per il fatto che il carico si trovasse già al confine col Camerun, per di più senza scorta adeguata; francesi e americani si sono concentrati soprattutto sul fatto che, tra le armi fornite, c’erano anche alcune costosissime batterie contraeree, quando certamente la Repubblica Centrafricana non rischia di subire attacchi aerei. Le armi sarebbero state fornite completamente gratis dai cinesi.

Il 21 agosto, solo tre settimane dopo l’uccisione dei tre giornalisti, i ministri della difesa Shoigu e Koyara, a margine di una expò militare russa, hanno siglato un’intesa tra Russia e Repubblica Centrafricana, che prevede l’addestramento dell’esercito centrafricano da parte di quello russo, l’invio di armi, la garanzia della sicurezza personale di Touadéra, il cui consigliere per la sicurezza è del resto già un russo, Valery Zakharov.
Così, mentre la Russia, con l’alleato Assad, si appresta alla decisiva marcia su Idlib, e alla riconquista di tutto il territorio siriano, intimando guai all’occidente se oserà interferire; e mentre Israele recrimina sul fatto che tutti dicono che l’Iran deve lasciare la Siria meridionale, senza che nessuno abbia un’idea del come; e si tornano a respirare venti di guerra nel Mediterraneo, con minacciose grandi manovre delle flotte russa e statunitense; mentre la Libia va definitivamente in fiamme; mentre tutto un pezzo di mondo sembra sempre sull’orlo dell’esplosione, per poi restare congelato in uno stallo perenne, congelata resta anche la Repubblica Centrafricana nel nuovo abbraccio russo-cinese, in attesa magari di un altro giro di giostra in cui il nemico di ieri possa tornare a diventare l’amico di oggi.

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