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Il 22 giugno del 1995 Umberto Eco scrive un articolo per la “New York Review of Books”. Nel suo saggio spiega che il fascismo (che lui chiama Ur-Fascismo) non è morto nel ‘45 ma al contrario, la sua visione del mondo (e la sua psicologia, come pensava Adorno) precedono la forma storica assunta nel ventennio e sono (malauguratamente) più longeve della dittatura mussoliniana. Quell’articolo diventa un libro edito nel 1997, ripubblicato qualche mese fa da La Nave di Teseo con il titolo “Il Fascismo Eterno”.
Secondo Eco esistono segnali inequivocabili che dimostrerebbero la persistenza (la persistenza mica il ritorno) dell’ideologia fascista. Vale la pena rileggerli, con calma e con fermezza.
C’è il culto della tradizione. La convinzione che la verità sia una rivelazione ricevuta all’alba della storia umana. E quando qualcuno fa notare che quei messaggi siano incompatibili tra loro rispondono che è solo perché tutti alludono, allegoricamente, a qualche verità primitiva. Come conseguenza, per i nuovi fascisti non ci può essere avanzamento del sapere. L’illuminismo, l’eta’ della Ragione vengono visti come l’inizio della depravazione moderna.
C’è il culto per l’azione. Che oggi chiameremmo il mito del fare. L’azione è bella di per sé, e dunque deve essere attuata prima di e senza una qualunque riflessione. Pensare è una forma di evirazione. Spiega Eco che il sospetto verso il mondo intellettuale è sempre stato un sintomo di Ur-Fascismo. Gli intellettuali fascisti ufficiali erano principalmente impegnati nell’accusare la cultura moderna e l’intellighenzia liberale di aver abbandonato i valori tradizionali.
L’odio per la critica e la diversità. Nella cultura moderna, la comunità scientifica intende il disaccordo come strumento di avanzamento delle conoscenze. Per l’Ur-Fascismo, il disaccordo è tradimento. L’Ur-Fascismo cresce e cerca il consenso sfruttando ed esacerbando la naturale paura della differenza. Il primo appello di un movimento fascista o prematuramente fascista è contro gli intrusi. L’Ur-Fascismo è dunque razzista per definizione.
L’utilizzo della frustrazione individuale e sociale. Una delle caratteristiche tipiche dei fascismi storicità, spiega Eco, è stato l’appello alle classi medie frustrate, a disagio per qualche crisi economica o umiliazione politica, spaventate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni. Nel nostro tempo, diceva Eco nel 1995, in cui i vecchi “proletari” stanno diventando piccola borghesia, il fascismo troverà in questa nuova maggioranza il suo uditorio.
Il nazionalismo come privilegio e i complotti internazionali. A coloro che sono privi di una qualunque identità sociale, l’Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso Paese. gli unici che possono fornire una identità alla nazione sono i nemici. Così, alla radice della psicologia Ur-Fascista vi è l’ossessione del complotto, possibilmente internazionale. I seguaci debbono sentirsi assediati. Il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia.
La lotta ai deboli. Ogni cittadino appartiene al popolo migliore del mondo, i membri del partito sono i cittadini migliori, ogni cittadino può (o dovrebbe) diventare un membro del partito. Ma non possono esserci patrizi senza plebei. Il leader, che sa bene come il suo potere non sia stato ottenuto per delega, ma conquistato con la forza, sa anche che la sua forza si basa sulla debolezza delle masse, così deboli da aver bisogno e da meritare un “dominatore”.
Il populismo. Per l’Ur-Fascismo gli individui in quanto individui non hanno diritti, e il “popolo” è concepito come una qualità, un’entità monolitica che esprime la “volontà comune”. Dal momento che nessuna quantità di esseri umani può possedere una volontà comune, il leader pretende di essere il loro interprete.
Ognuno tragga le sue conclusioni.

Buon venerdì.

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