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Se avete la sensazione che non serva ripetere ciò che è accaduto, raccontare le vostre preoccupazioni, sottolineare le similitudini con i tempi più bui costringetevi a non cadere nell’inedia: sulle ripetizioni delle bugie e delle falsità questi hanno costruito una diga che ha bisogno di resistenza con la stessa intensità di martellate, lo stesso ritmo se non di più, con l’etica di ciò che è stato e che dobbiamo ricordarci di ricordare.

Se vi capita di ottundere o limare un vostro pensiero per non doversi sorbire il letame degli odiatori seriali o dei topi sdoganati da questo tempo non cedete. Insistete. Scrivetelo e ditelo più forte che potete. La loro forza è la stanchezza degli altri, le loro idee sono coprenti ma vuote. Il loro spessore è la nostra stanchezza, il loro volume è il silenzio tutto intorno.

Se vi capita di pensare che ormai anche quest’ultima notizia sia solo l’ennesima non cadete nel tranello dell’abitudine: perseverare significa tenere dritta la barra che separa il giusto dall’ingiusto, l’infamia dalla legge, riconoscere l’odio spacciato per diritto. C’è da separare il grano dal sale tutti i giorni, ogni ora, colpo su colpo. Abituarsi all’orrore è l’inizio della legittimazione. Il silenzio è la culla degli orrori. Solo dopo vengono i loro seguaci.

La memoria è un muscolo. E ha bisogno di esercizio, faticoso e quotidiano, per rimanere lungo e allenato. La memoria funziona se è una lente sempre accesa sul presente, mica se diventa una cerimonia del passato. Ed è tempo di memoria. Tanta, forte, appassionata. E dura. Sì, dura. Perché la memoria è un muro che non si sbriciola sotto i colpi della propaganda.

Buon martedì.

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