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In Giappone, nella città di Osaka rinata dalle ceneri della guerra senza neanche un albero, un uomo si dirige verso il municipio con il progetto di un edificio sottobraccio; il suo nome è Tadao Ando, non ha molta esperienza lavorativa nelle costruzioni, non è un architetto e non ha mai frequentato una scuola tecnica. Per essere più precisi ha interrotto gli studi a diciassette anni senza conseguire il diploma, e ciò gli ha precluso l’ingresso all’università. Nel suo bagaglio personale ha un tentativo di carriera come pugile professionista e un breve periodo come camionista. Ma dimostra una profonda passione per l’architettura, emersa a quindici anni osservando il lavoro di alcuni carpentieri impegnati nella ristrutturazione di una casa; questi erano talmente dediti alla propria opera che uno di loro rinunciò persino al proprio pasto. Per nulla scoraggiato dalle avversità, Ando si procura i libri di testo e studia in un anno ciò che normalmente si apprende in molto più tempo. Grazie a un’attenta osservazione carpisce la tecnica dai manovali del quartiere di Asahi dove vive, e un passo alla volta lastrica la strada che lo condurrà infine in municipio. È il 1969, anno in cui fonda il suo studio, e il progetto che porta con sé è la ricostruzione dell’area della stazione di Osaka e consiste in tre edifici a torre sulla cui sommità svettano libere vere e proprie alberature, a portare ombra e natura in altrettanti giardini pensili. La candidatura di tale lavoro è totalmente spontanea e l’amministrazione si interroga stupita su quali siano i motivi che hanno spinto il giovane a presentare di propria iniziativa un progetto. Comincia così la carriera professionale dell’autodidatta giapponese Tadao Ando, classe 1941, uno dei maggiori architetti della nostra epoca, cui il Beaubourg parigino dedica una retrospettiva che si apre il 10 ottobre dal titolo eloquente, Tadao Ando, The Challenge. Alla sua ideazione ha contribuito…

L’articolo di Matteo Sintini prosegue su Left in edicola dal 28 settembre 2018


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