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L’approccio emergenziale ai fenomeni migratori, sancito con l’adozione dell’Agenda europea sulle migrazioni nel maggio 2015, non ha permesso un’adeguata riflessione sulla portata della sfida in campo. Si è preferito trattare l’accoglienza come un problema di ordine pubblico, invece di riflettere sul come costruire strategie vincenti per un dialogo interculturale e sfruttare la grande opportunità di mettere in discussione il modello di sviluppo che stiamo inseguendo. Ne sono esempio lampante i Centri d’accoglienza straordinaria, i cosiddetti Cas, nei quali si trovano attualmente l’80% delle persone inserite nel circuito dell’accoglienza, “nonluoghi” simbolici nei quali i diritti dei migranti sono sospesi, senza tutele e garanzie.

L’accoglienza diffusa impone invece un cambiamento di paradigma: questo sistema, eccellenza italiana studiata in tutta Europa, si basa sull’adesione volontaria dei Comuni e rifiuta il concetto dei grandi centri collettivi, valorizzando e riconoscendo in questo modo l’importanza delle reti sociali e delle relazioni umane nel processo d’accoglienza. I vari esempi ne dimostrano la grande efficacia: grazie alla presenza di piccoli numeri di migranti inseriti nel tessuto urbano sono stati avviati progetti di mutualismo, di riqualifica delle aree verdi, degli spazi abbandonati, laboratori di artigianato. E così le comunità sono cresciute, aprendosi all’altro che però assume le sembianze del vicino di casa e non più di un estraneo.

Il problema sembra dunque essere politico: perché non promuovere questo sistema, che l’evidenza dei fatti sembra dirci funzionare? Perché vorrebbe dire per molti amministratori locali mettere in discussione le basi del proprio consenso elettorale. E così si preferisce continuare a trattare il fenomeno come qualcosa da combattere e disincentivare piuttosto che come una sfida della contemporaneità. Per questo Riace è così pericolosa, perché più di qualsiasi altra esperienza mette in discussione la retorica sull’accoglienza. Com’è possibile che in un paese di poco più di mille abitanti nella regione più povera d’Italia, nella quale il 60% dei giovani è disoccupato, si siano trovate quelle che internazionalmente vengono riconosciute come strategie vincenti per l’accoglienza?

Ciò che fa di Riace un modello è che si sia cercato di fare ciò che in tempo di crisi sembrava impensabile fare: ridare dignità ai lavori manuali, al commercio equo e solidale, ad un turismo responsabile, all’ecologia. Nella Calabria devastata da speculazione e cementificazione, nella Calabria degli appalti falsi e dell’abbandono edilizio, si è iniziato a pensare al riutilizzo di quello che già c’era. Inoltre, Riace e ciò che rappresenta mettono in moto una riflessione quanto mai necessaria: l’importanza di far rivivere le aree interne, investire sul loro sviluppo con incentivi reali alla riqualifica ambientale e sociale. E poi renderle attrattive per i giovani creando poli culturali e di ricerca in grado di innovare i mestieri più antichi con gli strumenti e gli occhi del domani. Un’opportunità per ripensare a quale modello stiamo inseguendo, per ripensare dunque al rapporto con il territorio, con il lavoro, con l’urbanizzazione, con il turismo.

Le risposte che ci dà Riace hanno il valore aggiunto di non essere soluzioni applicabili acriticamente ad ogni contesto. Ci costringono a fare i conti con le caratteristiche specifiche di ogni territorio, a partire da quelle antropologiche, morfologiche, economiche e culturali. Ce lo lascia fare però dotandoci di strumenti e punti di riferimento sia etici che pragmatici.

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