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La sala delle riunioni di redazione del più antico quotidiano di opposizione in Turchia, Cumhuriyet, che in italiano significa “repubblica”, è ampia, odora di fresco. Luminosa e arredata con comodi divani su cui siedono l’uno di fronte all’altro i redattori, i capiservizio e il caporedattore facente funzioni di direttore. Molti di loro hanno condiviso una angusta cella di prigione per quasi un anno e mezzo per poi essere condannati il 25 aprile di quest’anno a pene dai 3 anni e mezzo ai 7 e 8 mesi per «favoreggiamento del terrorismo».

Nell’attesa del secondo grado sono tornati a lavorare in redazione, insieme. Con tanta determinazione e un pizzico di umorismo. Akin Atalay, amministratore delegato della fondazione che edita la testata, ultimo a essere scarcerato e Murat Sabuncu, tornato libero pochi mesi prima di lui, durante le riunioni per decidere il giornale del giorno dopo non si risparmiano battute a vicenda. «Ho solo un problema», dice Akin indicando sorridendo Sabuncu «Siamo stati insieme per 24 ore al giorno e ora non vorrei più vederlo, ma presto potrò liberarmi di lui». Il loro buon umore non riesce però a mascherare la gravità della minaccia che pesa sul capo di 13 tra amministratori e giornalisti del quotidiano e la consapevolezza di dover lasciare a breve il giornale per il quale hanno dato la loro libertà. Lo scorso 8 settembre, alla fine di una lunga assemblea della fondazione che edita il quotidiano è prevalsa la linea kemalista su quella liberal. E così a guidare la società che controlla Cumhuriyet, appena terminato il mandato del precedente board, sarà uno degli…

L’articolo di Antonella Napoli prosegue su Left in edicola dal 12 ottobre 2018


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