Punto primo: chi ci guadagna? In questa legge di bilancio non c’è nulla per i lavoratori dipendenti vecchi e nuovi. Gli sgravi fiscali premiano infatti esclusivamente il lavoro autonomo, estendendo il principio anticostituzionale per cui a parità di reddito c’è chi è tassato di più e chi di meno. Valeva già per chi viveva di rendite finanziarie o di affitti, ora entra prepotentemente anche nel mondo del lavoro. Il cosiddetto superamento della Fornero parrebbe accompagnato da forti penalizzazioni per chi dovesse scegliere l’uscita anticipata dal lavoro. Se così fosse, si confermerebbe che l’attenzione della Lega non sia mai stata per i lavoratori, ma sempre e solo per le imprese, desiderose di sbarazzarsi di dipendenti più costosi, con più diritti e meno produttivi. Il reddito di cittadinanza è palesemente sottofinanziato rispetto a quanto necessario per farne un vero diritto universale, e inciderà pertanto poco o nulla nella vita di famiglie dove ci sia anche solo uno stipendio. Rischia anzi di determinare una spinta al ribasso dei salari, se dovesse essere collegato all’obbligo, trascorsi 12 mesi, di accettare un qualunque lavoro in qualsiasi angolo di Italia, come da previsione originaria del M5s. Sono inoltre presenti tagli lineari per 5 miliardi a sanità e assistenza che significano l’ennesimo attacco ai servizi, che rappresentano parte significativa della qualità della vita dei lavoratori. Punto secondo: chi paga? La risposta più immediata è: nessuno direttamente, dato che le misure sono finanziate in deficit. Ma questo è solo un mascheramento. Se non ci sono fonti di entrate nuove, e se con la flat tax di categoria assistiamo persino a un taglio dell’imposizione su chi già concorreva in misura minima al bilancio nazionale, se ne deduce che a pagare oggi e domani saranno sempre i soliti. Parliamo ovviamente di lavoratori dipendenti in attività e a riposo, su cui grava il 95% dell’Irpef raccolta ogni anno in Italia, oltre che la maggior parte dell’Iva. Non pagano invece quelli che nella crisi si sono arricchiti, gli evasori fiscali di ieri e di oggi, premiati dall’ennesimo condono, chi vive di rendita grazie a patrimoni accumulati generazioni fa e liberi persino da una seria tassa di successione. Il grande trucco della “manovra del popolo” è proprio far intendere che finalmente in Italia si veda qualche briciola di giustizia sociale, quando siamo invece di fronte ad una partita di giro, in cui i lavoratori dipendenti pagano un sussidio a qualche disoccupato e persino sensibili sgravi fiscali alla minoranza più ricca dei lavoratori autonomi. Si deve inoltre sapere che alimentare la spesa a debito nei periodi di crescita è il modo migliore per garantire tagli pesanti a sanità, scuola e pensioni in quelli di crisi. Dopo Tremonti e la finanza creativa arrivano Monti e la scure sui diritti dei lavoratori, in assenza di una forte reazione popolare, che abbia la forza di imporre il prezzo al 5% più ricco della società. Punto terzo: quale proposta avanzare? La sinistra ha il dovere di schierarsi a favore di una riforma delle pensioni, che garantisca una vecchiaia dignitosa ad un’età accettabile ai giovani di ieri e di oggi. Allo stesso tempo non può che essere favorevole ad un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, ma partendo dal presupposto che oggi la priorità è il lavoro, a partire dal settore pubblico, sottodimensionato di oltre 2 milioni di unità, nei comparti scuola, sanità e assistenza. Deve inoltre avanzare proposte per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e per il rilancio degli investimenti pubblici, vera emergenza di un Paese che cade letteralmente a pezzi. Tutto questo però deve poggiare su una rivoluzione fiscale che faccia proprio il motto berlingueriano: chi ha tanto paghi tanto, chi ha poco paghi poco, chi ha nulla non paghi nulla. [su_divider style="dotted" divider_color="#d3cfcf"]

L'articolo è stato pubblicato su Left del 5 ottobre 2018

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Punto primo: chi ci guadagna?
In questa legge di bilancio non c’è nulla per i lavoratori dipendenti vecchi e nuovi. Gli sgravi fiscali premiano infatti esclusivamente il lavoro autonomo, estendendo il principio anticostituzionale per cui a parità di reddito c’è chi è tassato di più e chi di meno. Valeva già per chi viveva di rendite finanziarie o di affitti, ora entra prepotentemente anche nel mondo del lavoro. Il cosiddetto superamento della Fornero parrebbe accompagnato da forti penalizzazioni per chi dovesse scegliere l’uscita anticipata dal lavoro. Se così fosse, si confermerebbe che l’attenzione della Lega non sia mai stata per i lavoratori, ma sempre e solo per le imprese, desiderose di sbarazzarsi di dipendenti più costosi, con più diritti e meno produttivi. Il reddito di cittadinanza è palesemente sottofinanziato rispetto a quanto necessario per farne un vero diritto universale, e inciderà pertanto poco o nulla nella vita di famiglie dove ci sia anche solo uno stipendio. Rischia anzi di determinare una spinta al ribasso dei salari, se dovesse essere collegato all’obbligo, trascorsi 12 mesi, di accettare un qualunque lavoro in qualsiasi angolo di Italia, come da previsione originaria del M5s. Sono inoltre presenti tagli lineari per 5 miliardi a sanità e assistenza che significano l’ennesimo attacco ai servizi, che rappresentano parte significativa della qualità della vita dei lavoratori.
Punto secondo: chi paga?
La risposta più immediata è: nessuno direttamente, dato che le misure sono finanziate in deficit. Ma questo è solo un mascheramento. Se non ci sono fonti di entrate nuove, e se con la flat tax di categoria assistiamo persino a un taglio dell’imposizione su chi già concorreva in misura minima al bilancio nazionale, se ne deduce che a pagare oggi e domani saranno sempre i soliti. Parliamo ovviamente di lavoratori dipendenti in attività e a riposo, su cui grava il 95% dell’Irpef raccolta ogni anno in Italia, oltre che la maggior parte dell’Iva. Non pagano invece quelli che nella crisi si sono arricchiti, gli evasori fiscali di ieri e di oggi, premiati dall’ennesimo condono, chi vive di rendita grazie a patrimoni accumulati generazioni fa e liberi persino da una seria tassa di successione. Il grande trucco della “manovra del popolo” è proprio far intendere che finalmente in Italia si veda qualche briciola di giustizia sociale, quando siamo invece di fronte ad una partita di giro, in cui i lavoratori dipendenti pagano un sussidio a qualche disoccupato e persino sensibili sgravi fiscali alla minoranza più ricca dei lavoratori autonomi. Si deve inoltre sapere che alimentare la spesa a debito nei periodi di crescita è il modo migliore per garantire tagli pesanti a sanità, scuola e pensioni in quelli di crisi. Dopo Tremonti e la finanza creativa arrivano Monti e la scure sui diritti dei lavoratori, in assenza di una forte reazione popolare, che abbia la forza di imporre il prezzo al 5% più ricco della società.
Punto terzo: quale proposta avanzare?
La sinistra ha il dovere di schierarsi a favore di una riforma delle pensioni, che garantisca una vecchiaia dignitosa ad un’età accettabile ai giovani di ieri e di oggi. Allo stesso tempo non può che essere favorevole ad un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, ma partendo dal presupposto che oggi la priorità è il lavoro, a partire dal settore pubblico, sottodimensionato di oltre 2 milioni di unità, nei comparti scuola, sanità e assistenza.
Deve inoltre avanzare proposte per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e per il rilancio degli investimenti pubblici, vera emergenza di un Paese che cade letteralmente a pezzi. Tutto questo però deve poggiare su una rivoluzione fiscale che faccia proprio il motto berlingueriano: chi ha tanto paghi tanto, chi ha poco paghi poco, chi ha nulla non paghi nulla.

L’articolo è stato pubblicato su Left del 5 ottobre 2018


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