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Ogni anno l’istituto di ricerca Ipsos MORI diffonde il suo Indice dell’ignoranza, una rilevazione statistica che valuta l’ignoranza (intesa nel senso letterale di mancata conoscenza) dei cittadini nei confronti della realtà nazionale che li circonda. Scritto così, ci scommetto, a qualcuno verrà in mente un profluvio di dati ritenuti barbosi e poco importanti. E invece no. Lì dentro c’è il momento in cui siamo, piaccia o non piaccia, e toccherà farci i conti, prima o poi.

Nel 2014, solo per fare un esempio, gli italiani erano convinti che nel loro Paese i disoccupati fossero il 49 per cento. Erano il 12. Che gli over 65 fossero il 48 per cento. Erano il 21. Che gli immigrati fossero il 30 per cento. Erano il 7. Che le ragazze madri fossero il 17 per cento. Erano lo 0,5. Dal 2014 ad oggi l’Italia svetta nella classifica dei Paesi ignoranti indisturbata, con qualche breve slancio di indignazione o di contrizione che dura per un paio di giorni negli editoriali nostrani per poi risopirsi placidamente.

Siamo tra i pochi Paesi al mondo, probabilmente l’unica nazione tra quelle sviluppate, che non considera il sapere come un traguardo: nel periodo di crisi economica l’Italia ha tagliato del 10% la spesa per la cultura di fronte a una media del 2% rispetto agli altri capitoli di spesa. Mentre in Giappone i maestri e i professori sono considerati i lavoratori fondamentali per il Paese da noi la parola professore (con tutte le sue varianti professorone professorino) è usata in senso dispregiativo. Sembra incredibile, vero?

Come dice chiaramente il Rapporto sulla Conoscenza 2018 dell’Istat siamo ultimi in Europa per percentuale di popolazione dai 25 ai 64 anni con in mano un titolo di studio terziario, vale a dire almeno una laurea: siamo l’unica nazione  in cui i laureati sono il meno del 20% della popolazione. Dietro alla Grecia e alla Romania. Sempre l’Istat ci dice che i laureati tra l’altro non trovano spazio nel nostro sistema produttivo: se vengono assunti spesso vengono demansionati. Siamo l’unico Paese in Europa che negli ultimi dieci anni ha visto decrescere i posti che richiedono alta specializzazione.

E se è vero che il  41,1% degli italiani tra i 15 e i 64 anni ha solo la licenza media e ha basse competenze in lettura e matematica è altresì vero che parliamo di un’enorme disparità tra Nord e Sud, tra centro e periferia. Non è questione di cultura: è questione di democrazia. Non è questione di scuola: è una questione tutta politica che ha a che fare con l’uguaglianza. Immaginate di mettere nella scuola i soldi buttati in manovre di propaganda. Cambierebbe tutto. Ma ci vorrebbe una classe dirigente capace di guardare oltre alla scadenza elettorale di qualche mese, ci vorrebbe gente dallo sguardo lungo, gente di cultura, appunto. E infatti si taglia ancora, la scuola.

Buon lunedì.

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