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Doveva essere il governo del cambiamento, e il Movimento 5 stelle il traino dello sbandierato rinnovamento. Ma le promesse sono svanite nel nulla, una dopo l’altra. Dalla proposta di legge per fermare il consumo di suolo, dallo stop a progetti a forte impatto ambientale come il Tap e la Tav, dalla rivoluzione dell’economia verde si è passati direttamente al condono, come quello che sta per abbattersi sull’isola d’Ischia contenuto nel decreto Genova, mentre la città ancora aspetta un serio progetto di ricostruzione del ponte Morandi crollato alla vigilia di Ferragosto. Di fronte al dramma di intere famiglie sterminate dall’abusivismo edilizio sotto la spinta del maltempo, il ministro dell’Interno Salvini non ha trovato di meglio che prendersela con quelli che per lui sarebbero «ambientalisti da salotto», “dimenticando” i condoni edilizi attuali e quelli varati dai governi Berlusconi con i voti della Lega.

Doveva essere il governo della trasparenza, il tripudio della democrazia ed è diventato quello della democrazia eterodiretta da una piattaforma privata che punta a dimezzare e dismettere la democrazia parlamentare.

Doveva essere il governo che abolisce la povertà, ipse dixit il ministro del Lavoro Di Maio, ma il reddito di cittadinanza, che forse sarebbe meglio chiamare (con Marta Fana) reddito di sudditanza visto che impone lavoretti gratuiti in cambio di un’elemosina, slitta di nuovo, forse, a gennaio. Insieme a “quota cento” per le pensioni, il provvedimento che sostituisce l’auspicata abolizione della riforma Fornero con un meccanismo che, tanto per cambiare, penalizza le donne. Insieme ai migranti, letteralmente prese di mira dal governo giallonero con nuovi crociati come il senatore Pillon e il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. Andando a braccetto con esponenti di associazioni religiose fondamentaliste, minacciano di sabotare la legge 194, già in molte regioni disapplicata a causa di percentuali bulgare di obiettori di coscienza.

Il senatore della Lega Simone Pillon, in particolare, è il primo firmatario di un Ddl sull’affido congiunto che si traduce in una restaurazione del patriarcato e della figura del padre padrone.

L’esimio senatore dichiara di voler impedire con ogni mezzo alle donne di abortire e vorrebbe rendere il matrimonio indissolubile. Dietro il disegno di legge oscurantista targato Pillon – contro il quale la mattina del 10 novembre siamo tutti chiamati a scendere in piazza – si nasconde un pensiero violentissimo contro le donne (accusate di fatto essere delle manipolatrici) e contro i bambini considerati alla stregua di pacchi postali, su cui il pater familias imprime il proprio volere come fossero tavolette di cera. Basti dire che se il Ddl diventasse legge, in caso di violenza, il bambino dovrebbe stare anche con il genitore maltrattante, fino alla fine del processo. Di fronte a tutto questo pare una barzelletta la proposta del governo di regalare appezzamenti di terra a chi fa tre figli. Ma c’è ben poco da ridere, purtroppo. Specie se pensiamo alle deliranti dichiarazioni di figure di primo piano di questo governo che farneticano di complotti orditi dalle Ong e di piani per la sostituzione etnica degli italiani.

Lo abbiamo denunciato fin dall’estate scorsa quando sono stati anticipati dal Sole 24 Ore i nove punti del decreto Salvini, lanciando l’allarme sul loro contenuto lesivo dei diritti umani, della Costituzione e dei trattati internazionali che l’Italia ha sottoscritto rispetto al diritto d’asilo, e non solo.

Ampliati e resi ancor più inaccettabili in un decreto che mette insieme proditoriamente immigrazione e sicurezza, quei nove punti sono diventati una misura repressiva del dissenso, che criminalizza la migrazione e la povertà, che spinge chi arriva in Italia fuggendo da guerre, catastrofi climatiche e miseria in una zona grigia di assenza di diritti e di maggiore ricattabilità. Il governo legastellato ha voluto porre la fiducia su questo provvedimento che, sulla strada aperta dal precedente governo e dal ministro Marco Minniti (che ha criminalizzato la solidarietà, stretto accordi con la Libia e cancellato il diritto all’appello per i richiedenti asilo), estende il Daspo urbano, impone il raddoppio dei tempi di trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio: da 90 a 180 giorni; e abroga i permessi di soggiorno per motivi umanitari e molto altro.

Se non vi riconoscete in questo decreto, in questa politica xenofoba, scendete con noi in piazza il pomeriggio del 10 novembre. Insieme, a sinistra, possiamo cambiare il corso delle cose, se siamo #indivisibili.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 9 novembre 2018


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