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Daphne Caruana Galizia, giornalista e blogger maltese, è stata uccisa il 16 ottobre 2017. Erano circa le tre di un lunedì pomeriggio, quando la sua Peugeot 108 è stata fatta saltare in aria, con una bomba radiocomandata, a pochi metri di distanza dalla sua abitazione a Bidnija. Doveva andare a risolvere «una questione» in banca, il suo conto corrente era stato congelato dal ministro dell’Economia Chris Cardona, per un articolo che lo riguardava. Uscendo, aveva rassicurato l’unico dei suoi tre figli che in quel momento era in casa che sarebbe rientrata verso le cinque. Pochi minuti dopo un’esplosione. Matthew è corso fuori. Di fronte a lui una palla di fuoco e una torre di fumo nero. Sua madre era stata uccisa.

«La mia posizione è un po’ difficile. Come dire, non era nei miei programmi diventare un attivista», riflette Matthew durante il nostro incontro allo Espace Niemeyer a Parigi, dove partecipava al secondo summit mondiale dei difensori dei diritti umani, che si è svolto dal 29 al 31 ottobre. «Io e la mia famiglia siamo l’esempio di quello che succede quando in un Paese il sistema giuridico è compromesso a tal punto che i giornalisti non possono più fare il proprio mestiere. Non sono più in grado di offrire quel servizio che si suppone venga svolto all’interno di uno Stato democratico. E, invece, sono costretti a passare la maggior parte del tempo a giustificare la propria esistenza, affrontando attacchi, intimidazioni, difendendo il diritto di fare il proprio lavoro. Quando un giornalista si trova in questa posizione è il segno che…

L’articolo di Laura Filios prosegue su Left in edicola dal 16 novembre 2018


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