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Bilancio di un fallimento annunciato, potrebbe essere questo il titolo con cui archiviare la Conferenza di Palermo, che si è tenuta fra il 12 e il 13 novembre e che avrebbe dovuto portare, nelle intenzioni dei suoi affannati promotori, la pace e la tranquillità in Libia. La fotografia in cui si immortala la stretta di mano fra il premier riconosciuto dall’Ue ma che di fatto controlla soltanto parte di Tripoli, Fayez Al Sarraj e il Maresciallo che domina in Cirenaica, l’est della Libia, Khalifa Haftar con al centro il presidente del Consiglio del governo italiano, Giuseppe Conte, è buona propaganda internazionale ma nulla più. Haftar aveva deciso in un primo momento di disertare l’incontro, motivando l’assenza con la presenza dei governanti del Qatar e di appartenenti a forze vicine ad Al Qaeda.

Un viaggio “fantasma” di Conte a Bengasi e l’opportunità di guadagnare consenso internazionale senza prendere impegni, ma ancor di più i suggerimenti di Egitto e Russia, hanno convinto il maresciallo ad effettuare una brevissima apparizione. Svanita la possibilità di riunire attorno ad un tavolo internazionale i grandi attori internazionali: Trump, Putin, Macron, il governo gialloverde ha provato a giocare il ruolo del “mediatore disinteressato” pronto a riconoscere le legittime esigenze delle parti in causa e dimenticando che con Eni, pesantemente impegnato in Libia, difficilmente si è credibili per quanto riguarda il disinteresse. I francesi, concorrenti nel controllo delle risorse del Paese nordafricano, hanno voluto “aiutare lo sforzo italiano” portando a Palermo l’unico esponente occidentale di rilievo, il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian. Parigi, dopo aver perso la partita sulle elezioni a dicembre “convocate” al vertice di maggio all’Eliseo, prende coscienza che bisogna trovare un’altra soluzione. Così fonti diplomatiche francesi avvertono che «se i libici percepissero la disunione della comunità internazionale, sarebbe la cosa peggiore». Con ospiti che entravano e ospiti che se ne andavano per rimarcare le diverse e ad oggi inconciliabili distanze, nella mezza giornata di vero lavoro si è provato a definire una road map sotto l’egida dell’Onu da svolgere in Libia e senza presenze straniere. Una conferenza nazionale della Libia da svolgere probabilmente a gennaio che permetta di arrivare in primavera ad elezioni.

Haftar sembra aver garantito che fino a quel momento Al Sarraj potrà restare nel suo ruolo, il condizionale è d’obbligo visto che l’uomo forte in Cirenaica non ha partecipato personalmente ai colloqui, lasciando ad esponenti del suo governo tale ruolo e non lo ha fatto pur avendo la presenza dei due suoi principali alleati in questo momento, Egitto e Russia, rappresentati rispettivamente dal presidente Al Sisi e dal premier Dimitri Medvedev. La frase di Haftar che ha offerto garanzie è semplice «Mentre si attraversa un fiume non si cambia cavallo». Sarà rassicurato Al Sarraj? Ma il vero obiettivo, di difficile raggiungimento soprattutto in tempi brevi, è quello della creazione di un esercito regolare riconosciuto che possa portare al superamento del ruolo preponderante che oggi hanno nelle diverse aree libiche le milizie, ognuna sostenuta da interessi divergenti.

L’esercito regolare permetterebbe all’Ue, e in particolare all’Italia di investire nei sistemi di sicurezza per bloccare “definitivamente” le partenze dalla Libia di profughi, di fatto utilizzando il grande Paese come una piattaforma in cui trattenere chi arriva dall’Africa Sub Sahariana per poi selezionare pochi richiedenti asilo e rispedire la maggior parte di loro nei Paesi di provenienza. Non a caso le parole del presidente del Consiglio italiano: «Dobbiamo fare in modo che gli esiti di questa Conferenza e lo spirito di Palermo, mi piace chiamarlo così, non si esauriscano oggi e qui, bensì si traducano in un impegno concreto a portare avanti l’agenda con costanza e determinazione. L’Italia continuerà ad assicurare il suo massimo impegno e mi auguro che tutti i partecipanti possano fare altrettanto». Conte, in merito a richieste di «assistenza tecnica, anche sul piano del training», ha evidenziato che il governo “farà la sua parte”.

Per provare a comprendere meglio il ginepraio libico si deve partire dal fatto che i due leader considerati fondamentali, Sarraj e Haftar, da soli non possono garantire la pace nel Paese. Il primo oltre che del riconoscimento occidentale beneficia del sostegno di Turchia, Qatar e Fratellanza Musulmana, il secondo, oltre che di Egitto e Russia, degli Emirati Arabi Uniti. Entrambi hanno un governo provvisorio e un parlamento (Sarraj a Tripoli e Haftar a Tobruk). La presenza di Haftar si è di fatto tradotta unicamente nella partecipazione ad un “mini vertice” nel vertice nella mattinata del 12 novembre nella bella sede di Villa Igiea in una Palermo blindata. All’incontro hanno partecipato oltre ad Haftar, Conte, Al Sarraj, Medvedev e Al Sisi, (gli alleati di Haftar) il presidente della Tunisia Essebsi, il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, il ministro degli Esteri francese Le Drian, il premier algerino Ouyahia e l’inviato Onu per la Libia Salamè. L’incontro ha immediatamente provocato le ire della rappresentanza turca. «Il meeting informale di stamattina a margine della Conferenza sulla Libia di Palermo – ha dichiarato il vicepresidente turco Fuat Oktay lasciando Villa Igiea a lavori non ancora conclusi – è stato presentato come un incontro tra i protagonisti del Mediterraneo. Ma questa è un’immagine fuorviante che noi condanniamo. Per questo lasciamo questo incontro profondamente delusi. Qualcuno all’ultimo minuto ha abusato dell’ospitalità italiana».

Chiaro il riferimento polemico al ruolo giocato da Haftar e dai suoi alleati. Haftar non ha firmato il blando documento uscito dall’incontro, i sostenitori di Sarraj se ne sono andati prima della fine e nel frattempo sono ripresi gli scontri in Libia. Il confronto militare è esploso nei pressi dell’aeroporto internazionale di Tripoli, non ha provocato vittime e si è interrotto con un cessate il fuoco grazie all’intervento dell’Onu ma cosa è accaduto? C’è stata l’avanzata della Settima Brigata, ostile a Serraj e di stanza a Tarhuna a circa 200 km a sud della capitale e questo è un segnale politico. Questo gruppo, escluso dalla Conferenza di Palermo, ha voluto ricordare che bisogna fare i conti anche con loro e non sono gli unici. Scontri c’erano già stati a settembre, nella periferia sud di Tripoli, causando 120 morti ma questa brigata, appoggiata, sembra, da quella di Salah Badi deputato di Misurata e capo milizia molto vicino alla Turchia e di formazione salafita, considera inaccettabile l’avvicinamento di Russia e Italia ad Haftar.

Il controllo degli scali aeroportuali diventa in questa fase fondamentale, tanto è che quello urbano di Mitiga, praticamente dentro Tripoli è difeso oggi da due delle milizie più potenti. Una salafita di Abdelrauf Kara e l’altra dell’ex ufficiale di polizia Haitam Tajiuri. Entrambe sono dotate di arsenali potenti in grado di riportare la guerra nelle strade di Tripoli. La Settima Brigata, che con altre forze ha creato l’”Alleanza delle forze del 17 febbraio” (dalla data della rivoluzione contro Gheddafi nel 2011), attaccando Tripoli alla fine dello scorso agosto aveva dichiarato guerra alle “milizie della corruzione”, ovvero le quattro bande che controllano i finanziamenti del governo Serraj, e ora chiede che queste milizie vengano disarmate. Questo è lo scenario a Tripoli ma il resto del Paese, da Misurata fino al sud è frantumato in conflitti di questo tipo. Difficile presagire con questo scenario la pace, soprattutto se le forze straniere continueranno a pensare di poter determinare equilibri confacenti ai propri interessi. Per l’Italia i soli elementi che sembrano contare sono la blindatura del confine sud della Libia, dal lago Ciad al Niger e la sicurezza degli impianti petroliferi.

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