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Si sta parlando molto in queste ore (giustamente) dell’editoriale di ieri di Massimo Gramellini per il Corriere della Sera. Nel suo caffè mattutino (evidentemente indigesto a molti) il giornalista (con il solito stucchevole paternalismo dei benpensanti che riescono a proferire cretinate facendoti credere che siano lezioni di vita) ci tiene a farci sapere la sua sulla cooperante italiana rapita in Kenya, Silvia Romano.

Scrive Gramellini:

«Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto».

Nell’attacco, in poche righe, Gramellini riesce a imborghesire e rendere edibile la cloaca che in questi giorni è stata rovesciata addosso alla giovane italiana: c’è la smania d’altruismo (che altro non è che il buonismo radical chic camuffato con un lessico più composto e imborghesito per di più descritto come facile per i ventenni, colpevoli di essere entusiasti e sognatori), c’è il prima gli italiani (nascosto maluccio nella pietistica immagine della mensa della Caritas usata come sciabola), c’è il se l’è andata a cercare (che è tutto nell’immagine della foresta nera, quando invece avrebbe potuto restare a casa sua) e lo spauracchio del riscatto per alimentare un po’ di risentimento generalizzato.

Ma il tema, attenzione, non è il pezzo di Gramellini (che preso dalle sue smanie di giornalismo ha poi chiarito di leggersi tutto il pezzo e non solo l’attacco, esattamente la parte in cui ci spiega che, passata la paura se tutto finirà per il meglio, Silvia Romano meriti una bella ramanzina e in cui scrive che sono schifosi gli attacchi che sta subendo dagli odiatori seriali) quanto il rischio, concreto, di interiorizzare la ferocia generalizzata senza smontarla come meriterebbe. Continuiamo a essere il Paese in cui Enzo Baldoni era solo un riccone che cercava vacanze adrenaliniche, quello in cui Greta e Vanessa erano due ragazze che si sono sollazzate con i loro sequestratori, quello in cui la solidarietà è un vezzo da buonisti. E nessuno che dica forte e chiaro che la bile contro Silvia Romano dimostra plasticamente come il problema non sia nemmeno aiutarli a casa loro ma rivendicare il diritto di farsi ognuno i fatti propri. Così il Paese si riempie di persone che in nome dell’emergenza decidono di occuparsi di spazi sempre più stretti: persone che sono tranquille perché la propria città è tranquilla e a culo tutto il resto, gente a cui basta che sia tranquillo il quartiere, persone che curano la salubrità al massimo del proprio pianerottolo nel condominio, persone che curano la sopravvivenza delle proprie cose. Diritto all’egoismo che chiamano sovranismo. E che ieri si sono sentite protette anche dall’editoriale di Gramellini (che mica per niente è stato rilanciato a gran voce dalla Santanché e dallo spin doctor di Salvini, solo per fare due esempi).

In tempo di ferocia l’ecologia (anche) delle parole è una responsabilità. Ancora di più.

Buon venerdì.

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