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«Mi trovo in una posizione veramente molto difficile, peggio del carcere», afferma un trattenuto presso il centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr “Brunelleschi”, già Cie) di Torino. Si tratta di una dichiarazione significativa, considerando che le persone trattenute all’interno dei Cpr non sono colpevoli di aver commesso un reato, ma sono private della libertà personale in ragione di una irregolarità amministrativa. Il progetto di ricerca “Uscita di emergenza” nasce con l’intento di definire la natura dei centri di detenzione amministrativa per stranieri, che a vent’anni dalla loro istituzione sono ancora luoghi dove tutto può succedere, ma dove niente è adeguatamente prevedibile.

La visita all’interno del Cpr di Torino, nonché il dialogo con le autorità e le interviste svolte con alcuni soggetti coinvolti – tra cui i trattenuti e il personale del Cpr stesso – hanno rivelato come il Cpr sia una zona d’ombra sotto molteplici profili. Uno di questi è quello che attiene al diritto alla salute e alle garanzie dell’accesso alle cure e della continuità terapeutica delle persone trattenute.

Il trattenimento amministrativo dello straniero è privo di una disciplina normativa organica, essendo regolato da una serie affastellata di norme, alcune di rango primario, altre secondario, prive di previsioni di dettaglio. A differenza di quanto avviene negli istituti penitenziari, non vi è alcun obbligo di fornire dati statistici o di documentazione relativi al funzionamento ordinario dei centri. Questo contribuisce a rendere difficoltosa qualsiasi possibile valutazione qualitativa della gestione degli stessi.

L’esercizio dei diritti fondamentali delle persone trattenute è ostacolato da…

L’articolo di Carolina Di Luciano e Luca Falsone prosegue su Left in edicola dal 7 dicembre 2018


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