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«La vera utopia non è la caduta del muro, ma quello che è stato realizzato in alcuni paesi della Calabria, Riace in testa». Lo ha detto Wim Wenders davanti ai Nobel per la pace parlando del suo film realizzato sul modello di accoglienza degli immigrati, messo in atto in alcuni comuni della Calabria, nel 2009 a Berlino. «Questa storia – ha aggiunto il regista – deve farci riflettere su come sia possibile far convergere l’obiettivo dell’accoglienza con quello dello sviluppo locale. Riace ha mostrato che ciò è possibile, spalancando le porte al futuro. Questa è una esperienza locale che però ha una valenza globale. È un insegnamento rivolto a tutto il mondo».

Queste lungimiranti affermazioni di nove anni fa, di una indiscussa personalità del nuovo cinema tedesco ed europeo, sintetizzano con grande efficacia le motivazione della candidatura di Riace a Nobel per la pace 2019. E nove anni fa non si erano ancora dispiegati in tutto il mondo gli effetti della crisi finanziaria del 2008. Non erano ancora percepibili i guasti dell’apartheid della globalizzazione, le dimensioni dell’esclusione e della povertà. Non era visibile l’onda nera della regressione economica, politica, civile, umana che ha investito il mondo di oggi. Al contrario partivano nel 2010/2011, dal quadrante nord africano del Mediterraneo, le rivolte della dignità, delle “primavere arabe”, che si proiettavano, a stretto giro, in Europa (Spagna, Grecia, Italia) e negli stessi Usa, con Occupy Wall Street.

Sembrava, allora, che stesse per ripartire una spinta mondiale verso l’affermazione della dignità e dei diritti umani, che richiamava altre esaltanti stagioni. Ma quelle prospettive erano rapidamente destinate a mutare di segno. Le speranze suscitate dal vento del nord Africa venivano presto soffocate dalla reazione dei potentati dinastici, economici, geostrategici, politici e di casta scossi dalle rivolte, dando il via alla fase buia e regressiva che viviamo. Ed ora, dice Riccardo Petrella (ideatore del Contratto mondiale dell’acqua e fondatore dell’Università del Bene comune) nei giorni del 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, «i diritti delle persone, delle comunità umane, dei popoli sono sempre più disprezzati, negati su scala mondiale. L’umanità ridotta a pezzi».

A fronte dei grandi mutamenti degli equilibri economico-finanziari e geostrategici che hanno investito il mondo in questa fase della sua storia, aggiunge Petrella, «quella straordinaria stagione del 1948, di rinascita della coscienza civile dopo due guerre mondiali, appare oggi a chi governa le sorti del mondo troppo impegnativa, inattuabile, se non addirittura sconveniente».

Riace, in questo scenario diventa una luce. Rovescia nei fatti l’ottica dominante e si pone, in nome dell’Umanità, come un’incredibile esperienza di incontro, inclusione, coniugazione dell’accoglienza con lo sviluppo locale e la rivitalizzazione sociale ed economica. Questo perché si colloca e si muove appieno nel solco della nostra Costituzione e di quella Dichiarazione universale del 10 dicembre del 1948 in cui si afferma che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti». E stabilisce che «devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza», poiché «ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona». Che ognuno «ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica» e «alla libertà di movimento e residenza entro i confini di uno stato». Perciò, ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza e «di cercare e ottenere asilo in altri Paesi». Riace ha saputo materializzare questi principi.

In 20 anni, in cui è stata attraversata da migliaia di migranti, profughi, persone in fuga da condizioni di vita disperate, ha saputo mostrare la validità umana ed i vantaggi materiali reciproci che possono derivare dall’applicazione di questi principi. Persone disperate e bisognose di tutto, accolte nello spirito della Carta del 1948, sono state incluse in un sistema urbano in abbandono, simile a quello di tutte le aree interne del nostro e di altri Paesi d’Europa. Hanno dato vita, con la componente locale, ad un positivo incrocio di culture e bisogni, fatto rifiorire e rilanciato l’intera comunità nel segno di una idea generale di nuova umanità e rinascita materiale. Una idea che considera tutti gli abitanti della Terra parte di una comunità umana i cui componenti debbano essere riconosciuti come titolari del diritto ad una cittadinanza globale.

Questo il senso e la portata dell’esperienza di Riace, ormai immagine dell’idea stessa di accoglienza, inclusione, ibridazione e rivitalizzazione di culture, sistemi socio produttivi ed ambientali, che candidiamo a Nobel per la pace 2019.

Nel comitato promotore per il Nobel della pace al Comune di Riace, Mimmo Rizzuti rappresenta la Rete dei Comuni solidali (ReCoSol)

L’articolo di Mimmo Rizzuti (Re.Co.Sol) è tratto da Left in edicola dal 14 dicembre 2018


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