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Quando, su Left del 13 ottobre scorso, Natascia Di Vito ed io proponevamo di raccogliere il sassolino lanciato alla folla di Riace dalla contagiosa indignazione di un giovanissimo migrante, non immaginavamo che l’idea di candidare Mimmo Lucano al Nobel per la pace, emersa contemporaneamente in diverse iniziative con la spontaneità delle azioni urgenti, avrebbe generato un’onda così impetuosa nelle acque intorpidite della sinistra italiana.

Nel corso del cammino la proposta ha giustamente precisato il suo obiettivo: non la persona ma l’esperienza, Riace. Quell’esperienza che, a partire dal primordiale gesto umano dell’accoglienza, ha ridato vita a un paese spopolato dell’entroterra della Locride trasformandolo in un modello di integrazione e di sviluppo ripreso da decine di altri comuni in tutta Italia.

L’arresto di Lucano appariva già allora un estremo campanello d’allarme, il segno che la violenza della politica stava superando il limite oltre al quale i suoi effetti di lungo termine sulle istituzioni, sulla società, sulla vita delle persone rischiavano di divenire difficilmente reversibili. In questi due mesi quella sensazione si è rafforzata e l’ossessione del governo per la distruzione del modello Riace si è confermata il fulcro di una strategia sancita dal varo del cosiddetto decreto sicurezza e attuata capillarmente attraverso una serie di provvedimenti vessatori, come il reiterato smantellamento dei centri di accoglienza romani. Per una destra impegnata nella costruzione artificiosa di un’emergenza immigrazione è necessario distruggere ogni idea e pratica dell’accoglienza, imporre a profughi e migranti un’esistenza sempre più disumana e intollerabile per alimentare quel senso comune di tensione e insicurezza su cui fonda il proprio potere. 

Più che mai, allora, la candidatura di Riace al Nobel può rappresentare un punto di partenza simbolico e concreto per convogliare un’opposizione e un rifiuto verso questo circolo vizioso in cui si rincorrono false narrazioni e reali attacchi alle libertà e ai diritti. Da un lato occorre difendere una pratica di integrazione e arricchimento reciproco di cui Riace è solo un esempio e che, offrendo prospettive di futuro a chi fugge da condizioni di vita disumane, smentisce e ribalta un’immagine di antagonismo fra rifugiati e italiani. Dall’altro si tratta di una rivendicazione d’identità e di esistenza da parte di quella larga parte del popolo italiano che non si riconosce nella narrazione populista di Salvini e in quel Paese impaurito, incattivito, aggressivo che essa propone e che la sostiene.

È in atto una battaglia culturale, a difesa di una concezione diversa dell’uomo e della società, di valori di giustizia, solidarietà e uguaglianza che prima ancora che di sinistra sono semplicemente umani. Ed è forse una felice coincidenza che il regolamento del Nobel per la Pace indichi nei docenti universitari di storia, filosofia, scienze sociali e diritto una delle categorie chiamate a proporre formalmente le candidature all’Accademia di Svezia. Il mondo della ricerca italiana nelle scienze umane e sociali, da tempo sensibile ai temi delle migrazioni, del confronto fra culture, delle interconnessioni globali, è chiamato a confrontarsi con il valore civile della propria professione non solo sostenendo con la firma la candidatura di Riace, ma soprattutto rafforzando la propria presenza nel dibattito pubblico.


L’editoriale di David Armando è tratto da Left in edicola dal 14 dicembre 2018


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