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Ci risiamo. Mentre il balletto delle cifre attorno alla coperta sempre più corta delle nostre manovre finanziarie non accenna né a diminuire né ad acquisire credibilità, la Corte dei conti prova a farsi sentire per la quarta volta con una corposa relazione sul sistema dell’8permille. Ci aveva già provato, inascoltata, nel 2014, nel 2015 e nel 2016. Pochi, se non nessuno, i cambiamenti e sempre più al contrario le ombre su un sistema “risalente a oltre 30 anni”, per usare le parole della stessa Corte, e che manifesta ogni volta di più tutte le sue criticità e tutte le sue in adeguatezze. Almeno cinque quelle più rilevanti, alle quali si aggiungono una tale pletora di problemi minori da far auspicare con un minimo di buon senso un deciso intervento di abrogazione, piuttosto che piccoli maquillages.

Una su tutte, la problematica delle scelte non espresse, attribuite in proporzione alle scelte espresse senza però che vi sia un’adeguata informazione sul diabolico meccanismo “inventato” da Tremonti. In quanti sono convinti che se non si appone la firma la quota del gettito resterà allo Stato? Molti di questi del tutto inconsapevoli contribuenti fanno sì che la Chiesa Cattolica con il 36% delle scelte si aggiudichi l’80% degli introiti totali, un miliardo di euro annui circa.

Sempre per citare la Corte, «il meccanismo neutralizza la non scelta. In tal modo, ognuno è coinvolto, indipendentemente dalla propria volontà, nel finanziamento delle confessioni, con evidente vantaggio per le stesse, dal momento che i soli optanti decidono per tutti; con l’ulteriore conseguenza che il peso effettivo di una singola scelta è inversamente proporzionale al numero di quanti si esprimono». Al contrario dei sistemi vigenti ad esempio in Germania o in Austria, dove con rozza sintesi di può dire che chi se li prega se li paga, in Italia li paga anche chi…

L’articolo di Adele Orioli prosegue su Left in edicola dal 21 dicembre 2018


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