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Khalid, Mohamed, Amane, Ahmed. Tutti giovani, giovanissimi. Erano partiti insieme dal Sudan dopo aver attraversato il confine lungo il deserto con l’Egitto. Raggiunta la Libia si erano imbarcati su un gommone che il 18 gennaio si è sgonfiato dopo circa undici ore di navigazione nel Mediterraneo, poco prima di arrivare in acque italiane. Sono annegati nel naufragio che ha coinvolto 120 africani, secondo i superstiti, 60 per la Guardia costiera libica, che fuggivano da guerre, repressioni e crisi umanitarie. Il mare gelato ha risparmiato solo tre delle persone che erano a bordo.
Balletto dei numeri a parte, macabro quanto inopportuno, questa tragedia racconta di un dramma nel dramma che ci arriva attraverso la voce di Abdul Ishag, scampato agli eccidi del conflitto del Darfur e in Italia, con status di rifugiato, da oltre dieci anni.
«Abbiamo saputo della morte dei nostri fratelli sudanesi da uno dei sopravvissuti che è riuscito a chiamare suo cugino che vive a Roma. Dei cinque compagni con i quali viaggiava è stato l’unico a salvarsi» dice con un filo di voce, lui che più degli altri esponenti della diaspora sudanese nel nostro Paese sa quanto sia difficile arrivare vivi in un porto sicuro. Nella traversata che 11 anni fa ha intrapreso insieme a sua moglie e a i loro due bambini ha perso tutto: il barcone su cui erano partiti da Tripoli è affondato. Lui è stato l’unico della sua famiglia a farcela. «Ogni volta che succede, pensando alle persone che una a una cadono in acqua, la maggior parte che annega, rivivo lo stesso strazio. Anche questa volta c’erano donne, una delle quali incinta, e bambini. E molti giovani. I quattro amici di Suliman avevano tra i 18 e i 25 anni» sottolinea Abdul.
Ma chi erano Khalid, Mohamed, Ahmed, Amane?

L’articolo di Antonella Napoli prosegue su Left in edicola dall’1 febbraio 2019


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