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In occasione del centenario della nascita di Primo Levi, vi proponiamo l’articolo di Simona Maggiorelli pubblicato su Left n. 3 del 21 gennaio 2017

La prigionia «per me è un ricordo lontano nel tempo e insieme presente. Il mio mestiere è un altro, io sono un chimico. Ma la mia vita è segnata da due fatti fondamentali: l’esperienza della prigionia e l’averne scritto». Così Primo Levi si raccontava in un’intervista tv negli anni 50. «Oggi sono a Milano per parlare con i bambini di una quarta elementare. Accetto sempre molto volentieri questi inviti. I miei libri mi portano a contatto con un pubblico ogni volta diverso per età, per estrazione sociale. Parlando di queste cose a un tempo vicine e remote le persone riescono a ricollegare le azioni delle squadre fasciste in Italia negli anni Venti, come la strage di Piero Brandimarte a Torino, con i campi di concentramento (che non sono mancati anche in Italia) e con il fascismo di oggi; altrettanto violento, a cui manca solo il potere per ridiventare quello che era: la consacrazione del privilegio e della disuguaglianza». Quando il giornalista chiede a Levi se pensa che il ricordo di Auschwitz si sia assopito in Italia, lo scrittore risponde: «È probabile che in Italia sia meno pesante perché la strage – una strage nell’ordine di milioni di persone – è avvenuta localmente in Germania. E questo permette agli italiani di trovarsi un alibi facile. Queste cose le hanno fatte loro, non le abbiamo fatte noi. Ma le abbiamo cominciate noi.

Il nazismo in Germania è stato una metastasi di un tumore che era in Italia. È un tumore che ha condotto alla morte la Germania e l’Europa, vicino alla morte, al disastro completo. Non sono solo per i quattro milioni di Auschwitz, ma anche per i sei o sette milioni di vittime ebree. Per i sessanta milioni di morti della seconda guerra mondiale che sono il frutto del nazismo e del fascismo». E poi Levi aggiungeva: «Questa è una cosa che io non posso dimenticare per ragioni evidenti, ma vorrei che tutti, anche quelli che non sono stati in un lager, ricordassero e lo sapessero: ovvero che era la realizzazione del fascismo, integrato, completato». Già da queste poche frasi occasionali emerge molto della viva intelligenza di Primo Levi e c’è molto del suo pensiero e del suo stile: l’essenzialità, il riserbo, la denuncia fortissima e precisa, la profonda umanità, l’urgenza che motivava la sua scrittura. Aspetti che ritornano in forma alta, rastremata e potente nelle suoi testi letterari raccolti nella silloge Opere complete, che Einaudi pubblica in nuova edizione. L’introduzione di Daniele Del Giudice è ancora quella del 1997 e appare attualissima. Nuove invece sono le note di Marco Belpoliti che recepiscono le recenti acquisizioni della ricerca storica e critica. Ma non solo. Rileggendo alcuni classici di Primo Levi in questi due corposi volumi si scoprono i sostanziosi cambiamenti che egli apportò all’edizione del 1947 di Se questo è un uomo, ripubblicandolo nel 1958 con molte varianti.

In questa silloge di Opere complete (in cui si trovano anche adattamenti teatrali e versioni radiofoniche di Se questo è un uomo e de La tregua), attraverso le note di Marco Belpoliti, si può seguire l’evoluzione continua dello scrittore torinese che ambiva a «realizzare un sogno olistico», facendo incontrare cultura scientifica e letteraria, per dare più forza alla propria testimonianza. Scopriamo così che anche su consiglio di alcuni compagni partigiani, Primo Levi operò un «arrotondamento» della propria esperienza ad Auschwitz; apparentemente smussandone la crudezza. In realtà trovando, per via letteraria, il modo di comunicare una verità storica agghiacciante e insostenibile: il lucido e pianificato sterminio nazista di ebrei e rom.

Dopo aver pubblicato l’importante saggio Primo Levi di fronte e di profilo (Guanda, 2015), che racconta lo spessore di Primo Levi scrittore, in queste nuove note Belpoliti non fa solo una ricostruzione filologica delle varianti («La filologia uccide gli autori», dice un pizzico di provocazione) ma mostra come la formalizzazione dei testi servisse a Levi per raggiungere un doppio obiettivo, di bellezza e insieme di esattezza assoluta della propria testimonianza. Contro ogni tentativo revisionista e negazionista. L’autore di Sommersi e salvati pensava di essere riuscito a sopravvivere al lager anche perché sentiva di avere un compito: raccontare ciò che aveva visto e vissuto. Negli anni Ottanta, di fronte alle inaccettabili menzogne di intellettuali negazionisti, questa esigenza di assoluta precisione nella ricostruzione della verità storica divenne, se possibile, ancora più forte. Al contempo cercava una forma espressiva più consona e elegante. Anche in questo era assolutamente laico. Dal lavoro critico di Marco Belpoliti tutto questo emerge con chiarezza. «Solo la Bibbia, solo i testi sacri, sono immutabili», sottolinea il critico e curatore ricordando lo scandalo ingiustificato che seguì alla “scoperta” che i Diari di Anne Frank erano stati “manipolati” per renderli leggibili.

Presentando questi due volumi di Opere complete alla Casa delle letterature a Roma, l’italianista Gianfranco Pedullà ha parlato di lento processo di «approssimazione al valore» che, passo passo, gli scritti di Levi hanno conosciuto. «Con Primo Levi di fronte e di profilo Belpoliti ha contribuito in modo significativo a far entrare Primo Levi nel canone letterario dalla porta principale, ora con questa silloge punta a recuperare Levi testimone». Perché «solo nella sua complessità inclassificabile, al di là dei generi e degli stili, emerge l’importanza fondamentale del suo lavoro», afferma Pedullà. Primo Levi è sempre, al tempo stesso, scienziato e umanista, senza scissioni, senza compromessi. «La sua grandezza ha a che fare anche con il suo collocarsi su questa soglia, obbligandoci a rifiutare le distinzioni troppo nette».

Di fatto, però, la varietà e la vastità della sua opera di scrittore-testimone, a quasi cent’anni dalla sua nascita, deve ancora essere adeguatamente recepita. Non solo perché non sono stati ancora resi accessibili agi studiosi la sua biblioteca, l’archivio e gran parte dell’epistolario, ma anche perché i suoi testi di science fiction sono poco conosciuti dal pubblico più ampio. Pensiamo per esempio a Storie naturali (1966), pubblicato con lo pseudonimo Damiano Malabaila, a Le meraviglie del possibile, che hanno in qualche modo anticipato Le Cosmicomiche di Calvino e poi a Vizio di forma (1971). «I suoi racconti fantastici non sono un corollario, un’evasione o un’espressione secondaria e tardiva della sua vocazione letteraria, ma affiancano e accompagnano la narrativa di testimonianza a carattere autobiografico», sostiene Franco Cassata in Fantascienza? Science Fiction (Einaudi).

«Chi scrive attinge alla materia che conosce. Le mie miniere – diceva Levi – sono più d’una e diverse». Va anche detto che la fantascienza non aveva radici solo nel trauma del Lager, permettendo allo scrittore di dare una forma a un vissuto così agghiacciante da rasentare l’indicibile. Già da studente Primo Levi aveva manifestato interesse per scenari scientifici “futuribili”. L’elettronica, l’astrofisica, la chimica, la botanica, la zoologia e molte altre discipline innervano i suoi romanzi. Questa nuova iniziativa editoriale contribuisce a far emergere un Primo Levi curioso di tutto, interessato a tutti gli aspetti della vita, pieno di fantasia, anche se una vena di pessimismo affiora quasi sempre.

«Il percorso di scrittura di Primo Levi era molto variegato, laborioso e accidentato, ispirato a un’ idea alta di letteratura», racconta Andrea Cortellessa, autore insieme a Marco Belpoliti e al regista Davide Ferrario de La storia di Levi ( libro con dvd) pubblicato un paio di anni fa da Chiarelettere. Nonostante la sua scrittura sia limpidissima non è un autore facile. Lo ha rimarcato Cortellessa intervenendo alla tavola rotonda alla Casa delle letterature a Roma: «Ci sono ancora critici e perfino scrittori affermati in Italia per i quali Levi quasi non esiste». Difficile dire perché, certamente parliamo di un autore scomodo, capace di mostrare che l’esperienza del lager non è irraccontabile. Levi ci costringe a confrontarci con le responsabilità del fascismo. C’è anche e soprattutto una ragione di memoria storica e politica, secondo Belpoliti, alla base del fatto che Primo Levi non abbia ancora conquistato un posto di primo piano nel canone della letteratura italiana del Novecento.

«Primo Levi è un autore che sfugge alle classificazioni, la sua opera è ibrida, la sua identità prismatica. Anche per questo è uno degli autori più importanti della letteratura del Novecento non solo italiana», dice la scrittrice Premio Pulitzer Jhumpa Lahiri, che al convegno romano su Levi ha raccontato come viene recepito in America e nei suoi corsi di scrittura creativa a Princeton. «Non si può insegnare a scrivere» avverte la scrittrice in Italia anche per presentare il suo nuovo libro Il vestito dei libri (Guanda). «Ma se non si può ma si può insegnare a scrivere un’opera d’arte si può insegnare a leggere, a riconoscere la qualità letteraria di un testo. E i libri di Primo Levi mostrano bene la differenza fra testimonianza e creazione letteraria e come possano concorrere ad un testo profondo e originale». Poi parlando della “fortuna” di Primo Levi oltreoceano, dove molte delle sue opere sono state tradotte, aggiunge: «Mi colpisce molto che i miei studenti universitari non lo abbiano mai letto prima e che , spesso, non lo abbiano mai neanche sentito nominare. Ma in poco tempo scoprono nei suoi libri un autore rivoluzionario, capace di trasmettere un’esperienza fondamentale per ogni autore: scrivere è mettere in pratica una resistenza. Chi scrive lo fa per sopravvivere a qualcosa».

L’articolo di Simona Maggiorelli è tratto da Left n. 3 del 21 gennaio 2017

 

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