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Chi come me ha avuto la fortuna e il privilegio di lavorare con Mario Dondero, conosce la sua onnivora curiosità per le vite degli altri, che potevano essere quelle dello scontroso e fotofobico Samuel Beckett, del suo amico Pier Paolo Pasolini, che ritrasse più volte, oppure di un viaggiatore qualunque, conosciuto casualmente per le strade del mondo. Era un uomo gentile, empatico all’ennesima potenza, fotograficamente accerchiante, al quale era impossibile resistere per l’onda di affettuosa umanità che portava nei luoghi dove andava e nelle persone che incontrava, sempre pieno di colpi di scena, apparizioni e sparizioni improvvise. «Da giovane era un folletto», mi confessò una volta Giovina Jannello, la moglie di Paolo Volponi, descrivendo quello che anche per lei è stato una vera e propria leggenda della fotografia italiana, viaggiatore infaticabile, indomabile narratore dei grandi fatti della storia, declinati con lo sguardo umanistico di un classico capace di andare sempre oltre la soglia della cronaca, della testimonianza. Se chiudo gli occhi, vedo a memoria le sue fotografie, quella indimenticabile, rubata al processo Panagulis del 1967, le rivolte del maggio francese in pieno ’68, i blocchi della polizia, gli studenti in rivolta, Marcuse che parla all’università di Nanterre, Monod in quella di Parigi, il tour con il Manchester United di George Best, lo sciopero alla Renault, quelle scattate due giorni prima della caduta del muro di Berlino, poi gli artisti, attori, i tanti scrittori ritratti, che lui chiamava “coscienze critiche”, Gunter Grass, Jean Paul Sartre, Primo Levi, quella famosa del Nouveau roman, il volto severo e pensoso di Jean Genet, se chiudo gli occhi le vedo quelle fotografie, e mi commuovo. Gli scenari, il campo, la stagione, avevano sempre e prima di tutto per lui un valore e un interesse politico, Mario doveva esserci quando la storia accelerava, i fatti producevano conflitti, tragedie, liberazioni collettive, e c’era sempre, c’era con i diffusori de l’Unità nelle campagne emiliane, ancora negli anni Sessanta, sul set de La ricotta, di Comizio d’amore di Pasolini, a casa di Eugene Jonesco, dove per fare una sorpresa al maestro aveva portato con sé tutti gli attori de La cantatrice calva, in Africa, negli Emirati arabi, mentre la rivoluzione dei garofani abbatteva il regime di Salazar in Portogallo, su navi, treni, aeroplani, automobili di fortuna, negli ultimi anni nella Russia postcomunista come Ryszard Kapuściński, a fianco di Emergency nei teatri di guerra.
Arrivare stamattina ad Altidona, un paese di collina sopra il mare Adriatico a un tiro di schioppo da Fermo, dove ci siamo frequentati per anni, muove ricordi e stana insidiose nostalgie. Ora le sue “bobine” – i suoi “nastri”, come Beckett chiamava i frammenti di memoria del suo Krapp – sono conservate qui…

L’articolo di Angelo Ferracuti prosegue su Left in edicola dal 12 aprile 2019


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