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«Siamo 140 mila? Che bello non sentirsi soli». Roxana, cittadina ucraina da 13 anni in Italia, madre separata con 3 figli, fa una risata amara di chi in fondo se l’aspettava. «Ho fatto domanda per avere la cittadinanza, se l’avessi ottenuta forse avrei votato M5s perché la loro idea di sostegno a chi sta male mi piaceva. Poi ho scoperto la fregatura, quindi né reddito né cittadinanza». La promessa del reddito di cittadinanza è stata mantenuta ma con mille limiti, e poco o nulla ha a che fare con le proposte avanzate in passato dalla sinistra radicale. Un sostegno in grado di garantire una sopravvivenza dignitosa senza subire il ricatto di offerte di lavoro al ribasso. Quando venne emanato il decreto-legge 4/2019, poi convertito dalla legge 26/2019, recante il titolo Disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni si istituì questa misura a decorrere dal mese di aprile.

Una circolare, sempre nello stesso periodo, la 43/2019, chiarì che il reddito di cittadinanza era una misura di politica attiva del lavoro, di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale, destinata a favorire il diritto all’informazione, all’istruzione, alla formazione, alla cultura, attraverso politiche volte al sostegno economico e all’inserimento sociale dei soggetti a rischio di emarginazione nella società e nel mondo del lavoro. Ma chi ne ha diritto? Già da allora si provò ad escludere i cittadini di origine straniera al grido di “prima gli italiani”, poi è parso chiaro che tale esclusione avrebbe sollevato principi di incostituzionalità per l’intero impianto legislativo. Quindi sono rientrati anche i “migranti regolari”.

Fermo restando che l’indirizzo politico delle forze che compongono il governo, rispetto ai cittadini stranieri, si era manifestato in maniera a dir poco ostile sin dalla campagna elettorale del 2018, dopo le elezioni europee la Lega, forte del risultato acquisito, ha avuto maggiore facilità nell’ottenere un incremento a tale spinta e non solo in materia di “porti chiusi”. Il 5 luglio scorso l’Inps servizi ha inviato a tutte le sedi periferiche una circolare, la n.100, che interviene su alcuni aspetti che riguardano la richiesta sia del reddito di cittadinanza che della pensione di cittadinanza spettante agli over 65 che fino a prima dell’emanazione della legge vivevano con la pensione sociale. La circolare stabilisce che «la norma, al comma 1-bis, pone l’obbligo in capo ai cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea di produrre in fase di istruttoria, ai fini dell’accoglimento delle domande, una certificazione dell’autorità estera competente, tradotta in lingua italiana e legalizzata dall’autorità consolare italiana, conformemente a quanto disposto dall’articolo 3 del testo unico di cui al Decreto del presidente della Repubblica 445 del 2000 e dall’articolo 2 del Dpr 394 del 1999».

In pratica, le stesse norme messe in atto per impedire ai bambini delle scuole di Lodi e di altri Comuni di usufruire, in quanto al di sotto della soglia Isee, della mensa e di altri servizi gratuiti a scuola. Per gran parte dei cittadini stranieri richiedenti il reddito, come per le famiglie dei bambini che chiedevano il servizio mensa, spesso è stato impossibile produrre questa documentazione. L’estensore della circolare si è preoccupato di specificare che per chi possiede lo status di rifugiato e per coloro che possono dimostrare che tali certificazioni sono impossibili da ottenere, tali divieti non valgono. Salvo poi avvalersi del fatto che «ciò posto, nelle more dell’emanazione del citato decreto attuativo, l’Istituto (l’Inps ndr) ha provveduto a sospendere l’istruttoria di tutte le domande presentate a decorrere dal mese di aprile 2019 da parte di richiedenti non comunitari». Quindi 140 mila domande di reddito e pensione, sono bloccate in virtù di tale circolare. «Sto già seguendo alcune di queste pratiche – racconta l’avvocato Massimo Bianchini….

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola dal 2 agosto 2019


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