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La risposta al dramma delle migrazioni, e alle pantomime ripugnanti di chi vuole respingerle abolendo il senso di umanità, deve essere prima di tutto una risposta culturale: e ciò vale sia per i cittadini sia per i loro rappresentanti. Perché un tema così immane si affronta con una visione del mondo e delle persone che si articola in una prospettiva storica – oltre che geopolitica – senza la quale non è possibile intervenire perché non si può comprendere che cosa sta accadendo. E questa visione comprende un minimo di sensibilità e di interesse per le storie e le culture che ogni migrante si porta dietro. Un governo che finora si è manifestato quasi soltanto per bocca di un ministro che ha elevato il disprezzo per chi pensa e chi emigra a spina dorsale non solo del suo stile di comunicazione, ma della sua stessa attività politica, esibisce soltanto risposte incolte, ispirate da una paura del diverso e da un malinteso senso di identità che stanno agli antipodi di un’idea dinamica di cultura e di patrimonio, fatta soprattutto di connessioni e di aperture. Non ce lo possiamo permettere.

Per affrontare le migrazioni come qualsiasi altro grande processo storico c’è bisogno di un’idea forte di patrimonio culturale, inteso come spina dorsale della vita civile. Ma quanto forte è davvero l’idea che questa Italia ha del suo patrimonio? E quanto siamo convinti che il patrimonio è una straordinaria risorsa non solo perché alimenta il turismo, ma soprattutto perché alimenta il nostro essere cittadini e il nostro restare umani? E c’è una coscienza – storica e civile – nelle nostre azioni di difesa del patrimonio?   

Proviamo a ragionarci partendo da tre citazioni, non dichiarandone subito l’autore.

A) «Grazie alle nuove tecnologie e all’alfabetizzazione di massa, la cultura è diventata uno strumento democratico con costi d’accesso estremamente bassi e che può essere offerto ad una vastissima tipologia di persone. Il dialogo interculturale, inoltre, è un mezzo per la costruzione della pace».

B) «Un euro in cultura per un euro in sicurezza. Aprire i musei, altro che chiudere i porti. Investire sui teatri e sulla scuola, specie nelle periferie, non solo sulla repressione».

C) «Senza retorica, sono convinto che i contatti fra culture e lingue diverse servano ad abbattere i confini».

In fondo, sembrano tre momenti di uno stesso discorso, tale è la sintonia di questi punti di vista: la cultura è fondamentale e senza cultura non c’è futuro. Dunque, deve stare al centro dell’azione politica. La citazione A) è tratta da un intervento del ministro Alberto Bonisoli a Fabriano, al cospetto del presidente Sergio Mattarella, il 12 giugno scorso. L’idea di una «vastissima tipologia di persone» non brilla per eleganza né per chiarezza semantica, ma quella di una cultura come strumento democratico, e dunque inclusivo, è fisiologicamente necessaria. Da credere è che questa sia la linea politica non solo del Mibac, ma di tutto il governo attuale. Più riconoscibile B), tratta dalla lettera autoapologetica inviata fuori tempo massimo da Matteo Renzi a Repubblica: la linea del suo governo, certo. Ma quanto seguita nei fatti? Certo che sicurezza e inclusione si costruiscono con istruzione e cultura, ma in quale modello culturale aveva investito il governo Renzi (e a cascata quello Gentiloni), se l’azione più significativa in questo senso è stata una riforma dell’amministrazione dei beni culturali che dietro la vetrina internazionalista e valorizzativa ha smantellato un sistema di tutela che ancora poteva fare scuola nel mondo, negando di fatto il suo vero punto di forza, e cioè il rapporto tra musei e territorio? Coltivare il patrimonio culturale significa soprattutto recuperare questo rapporto, rilanciando la salvaguardia e la piena messa in valore del patrimonio diffuso, ed è questo il compito politico che sembrava essersi preso in carico il nuovo ministro, annunciando una riforma del settore che era anche e soprattutto una verifica critica di efficacia e debolezze della riforma legata al nome di Dario Franceschini. Cosa non facile in un governo dove il presidente non ha parlato di cultura nel suo discorso di insediamento, uno dei vice ha lamentato che a Taranto non c’è un museo della Magna Grecia e l’altro, milanese, ha ammesso ridacchiando di non aver mai visto il Cenacolo di Leonardo.

Il decreto di riorganizzazione del Mibac deve essere ancora pubblicato e soprattutto corredato di un regolamento che spieghi alcuni meccanismi di funzionamento al momento difficili, se non impossibili, da valutare: ne ha parlato con acutezza Rita Paris nello scorso numero di Left, per cui non posso che aggiungere qui alcune glosse ispirate in buona parte dalle parole C). Che si devono, incredibile a dirsi, a Matteo Salvini. Le ha pronunciate a Bologna nell’aprile 2016, durante la campagna elettorale pro Lucia Borgonzoni (attuale sottosegretario al Mibac), e lasciano intravedere una prospettiva che non trova riscontro nella successiva sua azione di propaganda e di governo. O forse sì, se proviamo a contestualizzarle alla luce di quel che ha detto poco prima: «Bisogna puntare sulla cultura. Sono stufo che sia occupata militarmente dagli ignoranti di sinistra, dagli amici degli amici, dall’Arci, dal partito dei furbetti» (da La Stampa del 14 aprile 2016).

La cultura, insomma, è uno spazio da occupare manu militari per non lasciarlo agli avversari, e non un pilastro su cui costruire un progetto di futuro. Qualcosa di strumentale, che non produce né cittadinanza né civiltà. Magari reddito e potere. Ma è, soprattutto, qualcosa che ha fatto del male al Paese soprattutto perché lasciata in certe mani. Tra le mani più sciagurate, e dunque degne di un bel taglio secondo la sharia salviniana, ci sarebbero gli uffici periferici del Mibac, le soprintendenze tanto vituperate anche dall’altro Matteo, e da questi non abolite ma fortemente ridimensionate. Nel programma della Lega sul sito ufficiale del partito si trova infatti la proposta «di abolire le soprintendenze, che hanno causato una ormai provata incapacità di movimento e di crescita del nostro sistema culturale. È necessario dunque attribuire alle Regioni ogni potestà decisionale in materia di beni culturali, trasferendo le competenze ai territori secondo le diversificate esigenze dei settori culturali. Affidare la cultura alle istituzioni locali è l’unico modo di proteggerla dall’immobilismo cronico, dal clientelismo e dal malaffare».

Sono gli estremi di una denuncia per diffamazione: vi si dice infatti, né più né meno, che funzionari e dirigenti di comprovata esperienza, arrivati al posto che occupano dopo anni di studi, concorsi e gavette in cambio di uno stipendio miserrimo, sono in netta maggioranza incapaci e/o corrotti. Mentre ciò non accadrebbe, come per incanto, se quegli stessi ruoli fossero affidati alle regioni o ai comuni. Non possiamo limitarci a liquidare simili scemenze con una scrollata di spalle: da un lato, si tratta di posizioni che vantano un minimo di sostegno, diciamo così, intellettuale: per esempio nelle posizioni di Luca Nannipieri, che da anni va sostenendo, tra articoli e pamphlets, che le soprintendenze vanno abolite e le loro funzioni devolute ai comuni. 

La riforma lanciata da Bonisoli parla di «maggiore attenzione ai territori, cancellazione di inutili sovrapposizioni attraverso l’eliminazione di duplicati e funzioni doppie per una migliore azione amministrativa, ottimizzazione e razionalizzazione della spesa, superando i confini amministrativi e legando tra di loro situazioni e siti secondo una logica tematica». Tradotto in linguaggio operativo, significa tra l’altro una nuova direzione generale per i contratti, l’accorpamento di alcuni poli museali e segretariati regionali, con la creazione di ircocervi interregionali che non si capisce come possano funzionare vista l’eterogeneità dei loro oggetti di interesse, la perdita di autonomia di alcuni musei, scelti non si capisce in base a quali criteri (il caso più clamoroso è quello della Galleria dell’Accademia di Firenze), e comunque una limitazione di autonomia per tutti, anche sulla questione dei prestiti. L’impianto delle soprintendenze uniche, talvolta deformato da accorpamenti territoriali assurdi (come la soprintendenza di Alessandria-Asti-Cuneo) non viene intaccato, ma si propone anzi di abolire gli attuali uffici esportazione e di sostituirli con pochi grandi uffici dirigenziali – si parla di quattro in tutta Italia – che gestiranno il traffico delle opere in uscita dal Paese: funzione delicatissima, e centrale nella logica del modello italiano di tutela.

Questa novità è stata salutata come uno strumento per rafforzare la tutela, ma mi permetto di dubitarne. Intanto perché gli uffici esportazione non dipendono dalle soprintendenze, che pure ne forniscono il personale: sono già uffici autonomi dove chi decide è il direttore dell’ufficio, non il soprintendente. Accorpare in sole quattro sedi tutto il notevole movimento di opere che attualmente l’esportazione governa rischia di determinare una forte congestione: sembra che possano rimanere in piedi gli attuali uffici esportazione declassati in quanto succursali degli uffici principali, ma allora non si capisce come possa essere organizzato il lavoro. Per esempio: se si crea un grande ufficio esportazione a Milano, un antiquario di Genova che cosa fa? Presenta l’opera lì e i funzionari di Genova poi mandano tutto a Milano? Forse converrebbe lavorare su una maggiore uniformità di protocolli condivisi: è importante che gli uffici esportazione seguano criteri omogenei, ma non è il caso che la periferia venga di fatto così penalizzata ancora una volta sostanzialmente a favore del centro, laddove lo Stato dovrebbe essere forte dovunque e non abbandonare le periferie. Gli uffici ministeriali stanno per essere rinvigoriti e dall’assunzione di personale fresco, reclutato attraverso concorsi imminenti (bisogna sicuramente dare merito al ministro di essersi molto impegnato su questo fronte), ma bisogna vedere come questo personale verrà distribuito.

Scopo di tutto questo sembra essere rendere più razionale la macchina amministrativa. Ma il patrimonio culturale non è amministrazione. Quale visione del patrimonio e quale progetto di Paese ispirano queste azioni politiche? Lo stesso caso dell’Accademia a Firenze, che potrebbe finire in una stessa megadirezione con Uffizi e Pitti, anziché andare ad arricchire il polo museale con i suoi introiti, evidenzia questa opacità di visione, o comunque un malinteso senso della funzione di un museo, che in entrambi i casi il suo ministero vedrebbe solo come produttore di incassi.

Ma anziché discutere con foga da campanile sulla perdita di autonomia di un museo piuttosto che di un altro, e della sorte dei loro direttori (problema peraltro serissimo), dobbiamo semmai – e qui si torna al progetto eversivo di Salvini – interrogarci seriamente sul futuro del nostro sistema della tutela anche alla luce di devoluzioni territoriali che sembrano imminenti, se è vero che la bozza di accordo tra il governo e le Regioni che hanno chiesto l’autonomia – Lombardia, Emilia Romagna e Veneto – assegna a Lombardia e Veneto la tutela del patrimonio artistico e ambientale. Addirittura la bozza più operativa elaborata dal Veneto e concordata col governo il 15 maggio prevede senza mezzi termini di porre le soprintendenze alla dipendenza della Regione. La cosa rischia di creare un conflitto anche a livello costituzionale, perché la tutela non è oggetto di legislazione concorrente tra Stato e Regioni, ma esclusiva dello Stato. Questo dunque è il campo su cui si giocherà la partita decisiva: che non riguarda soltanto cultori professionali del patrimonio, intellettuali e “professoroni”. Riguarda tutti noi proprio in quanto il patrimonio è la risorsa del nostro stare al mondo, anche là dove tutto sembra non avere senso. Ma è soltanto in questa coscienza del patrimonio che possiamo ritrovare un senso anche là dove non sembra esserci più. Forse ce ne dovremmo ricordare ogni volta che un barcone si affaccia al nostro orizzonte.

L’articolo di Fulvio Cervini è tratto da Left n. 28 del 12 luglio 2019


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