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La mobilitazione dei ragazzi dei Fridays for future si lega a quella per la giustizia sociale. L’obiettivo è il cambiamento del modello economico. È l’unica strada per sconfiggere l’egemonia culturale delle destre

Quanto costa il collasso climatico in termini di vite, di miliardi di euro di danni, di posti di lavoro persi, di malattie, di guerre, di migrazioni forzate? Che dobbiamo fare per mitigarne gli effetti ed invertire la rotta? Quale visione, e quali politiche sono in grado di rispondere alla crisi di sistema e garantire una vita ed un futuro dignitoso per tutti?

Sono alcune delle domande forti sollevate dallo sciopero climatico del 27 settembre lanciato dai ragazzi dei Fridays for future (Fff) che non trovano risposte nelle scelte e nelle priorità della politica.

Il collasso climatico è già in atto e bisogna fare molto di più che premiare le imprese che fanno green economy: utile, ma affidarsi esclusivamente ai privati come fa il ministro dello Sviluppo ed il nuovo governo non significa certo avere un’idea di politica industriale ed ambientale per evitare la catastrofe. Consegnarsi alla cosiddetta mano invisibile del mercato significa solo condannare tutti all’estinzione.

L’ultimo rapporto del Snpa – Sistema nazionale di protezione ambientale – del 17 settembre denuncia un Paese in cui si continua a consumare suolo, mentre da 7 anni sono chiuse nei cassetti le proposte di legge per impedirlo. Il Veneto e la Lombardia sono le regioni messe peggio.

Un danno di oltre 3 miliardi di euro annui, molti di più se guardiamo in prospettiva. A questi potremmo sommare i 14 miliardi di euro denunciati dalla Coldiretti come danni all’agricoltura per l’aumento del caldo che brucia le nostre estati: sarebbero in realtà almeno il doppio se facessimo un’analisi più approfondita sul comparto. Il calcolo continua con…

Giuseppe De Marzo, economista, è coordinatore della Rete dei numeri pari

L’articolo di Giuseppe De Marzo prosegue su Left in edicola dal 27 settembre 2019

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