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«Sono travolta dalle emozioni» ci dice Nisrine commentando le foto scattate a piazza dei Martiri, il cuore della capitale libanese Beirut. In una di queste Nisrine è ripresa di spalle nell’attimo in cui sta scandendo con le mani uno slogan. Attorno a lei ci sono centinaia di persone con in mano la bandiera libanese. Sono così tante che molte di loro sono assiepate fin sotto il porticato della principale moschea cittadina, Mohammad al-Amin. In un’altra foto la stessa fiumana di dimostranti è diretta verso il Grand Serail, il quartier generale del primo ministro.

Scene simili si ripetono ormai da due settimane nell’intero Libano: dalla capitale alla città settentrionale di Tripoli passando per Baalbeck fino a giungere persino nel sud dominato dai partiti religiosi sciiti Amal e Hezbollah.

Così come si ripetono le parole d’ordine che la piazza indirizza all’intera classe politica locale: «Ladri, dimettetevi», «Andate via! », «Thawra» (“Rivoluzione”) e «Il popolo vuole la caduta del regime», quest’ultimo lo slogan che chiama alla mente le rivolte arabe del 2011 e che qui è risuonato quattro anni più tardi con la protesta del 2015 del «You Stink». Il movimento era allora inizialmente sorto per contestare la crisi dei rifiuti del Paese, ma poi pian piano è andato ad attaccare l’intero sistema politico.

Questa volta la rabbia popolare ha fatto un ulteriore salto in avanti: ad essere coinvolto è infatti l’intero Libano e non solo Beirut ed è tutta la classe politica ad essere messa sotto accusa. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la proposta del governo di tassare le chiamate locali su Whatsapp e applicazioni simili. Un provvedimento…

L’articolo di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola dall’1 novembre

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