Condividi

Basket beats borders, “il basket per superare i confini”, questo il nome del progetto nato nel gennaio 2017 come opportunità di scambio e cooperazione tra realtà sportive popolari romane e la polisportiva Palestine youth club di Shatila. Un filo rosso lungo Roma-Beirut che vuole dar voce ad una condizione drammatica, che viene spesso resa inesistente da un mondo che non vuole vedere. Shatila, campo profughi creato a Beirut nel 1949, rappresenta l’emblema delle ingiustizie subite dal popolo palestinese e la menzogna per intere generazioni di essere “nati profughi”. Si sviluppa come un insieme disordinato di palazzi autocostruiti, fra i quali si insinua una ragnatela di cavi che fornisce elettricità a intermittenza, mentre alle abitazioni si distribuisce solo acqua salata. «Una delle immagini che più mi ha colpito di questo viaggio» racconta Luca, capitano degli All reds basket del centro sociale Acrobax «è quella di una chiave gigante saldata sul fianco di un ex serbatoio dell’acqua, come fosse un monumento situato in una delle entrate di Shatila … mi hanno raccontato che alcune famiglie si tramandano, di generazione in generazione, la chiave della loro casa lasciata in Palestina e con essa la speranza di poterci tornare».

Foto di Daniele Napolitano

La situazione nel corso degli anni non è mai migliorata; oltre alle difficoltà del quotidiano legate ai bisogni primari, occorre fare i conti con molte discriminazioni: per poter lavorare al di fuori del campo, i palestinesi devono ottenere un permesso di lavoro che comunque non consente di accedere a ben 42 professioni. A subire questa violenza sono specialmente i ragazzi che, vedendo stroncate le loro aspirazioni, raramente proseguono gli studi e per la mancanza di luoghi di aggregazione diventa difficile tenere i rapporti. Lo sport assume così un ruolo fondamentale e salva la vita perché ne dà un senso sano e positivo, incoraggiando i giovani a non perdere interesse nelle cose, ad analizzare con occhio critico le questioni sociali, a resistere e a ribellarsi alla “normalità” che parla di impossibilità, di matrimoni precoci, di delinquenza e droga.

«Abbiamo creato una squadra di ragazze perché credo che lo sport possa cambiare in meglio le cose. Credo che per loro sia arrivato il turno di giocare in questa vita e in futuro saranno le donne a cambiare la società!» racconta il coach Majdi, anche lui rifugiato palestinese nato a Shatila. La squadra di pallacanestro femminile del Palestine youth club, nata nel 2015, conta oggi 25 giocatrici, tra i 16 e i 22 anni, che nello sport trovano un’occasione per divertirsi, per confrontarsi e per crescere. La squadra rappresenta un esempio di integrazione, giocano insieme ragazze palestinesi musulmane, palestinesi cristiane, siriane e libanesi, come Rola che insieme alla sua famiglia, sostiene la causa delle compagne. Le ragazze si allenano in media due volte a settimana nei playgrounds pubblici di Qas Qas, quartiere a circa 1 km da Shatila.

Foto di Daniele Napolitano

«Abbiamo bisogno di un campo privato per sentirci sicure e a nostro agio mentre giochiamo o semplicemente per fare stretching» dice Amena, una giocatrice, raccontando i disagi nel fare alcuni movimenti sotto lo sguardo di chi si ferma incuriosito a bordo campo o dei ragazzi che vanno a giocare in quello a fianco. «In generale la reazione di chi ci incontra è positiva» continua Amena «è piuttosto raro che delle ragazze giochino a basket come gli uomini. Vorrei dire alla mia società di lasciar fare alle ragazze lo sport che preferiscono, così il futuro sarà migliore». Nel corso degli anni sempre più ragazze si sono unite alla squadra, un’apertura anche per i genitori che le lasciano libere di andare al campo e di giocare a basket. «Ci divertiamo! Quando gioco sono felice e non penso alle cose negative» ci confida Noha; «è importante perché ci permette di uscire e non restare sempre a casa» le fa eco Wafaa che ha iniziato a sua volta ad allenare alcune bambine del campo. Così, nella difficile Shatila, il basket diventa per le ragazze occasione per rivendicare i propri diritti, possibilità di emancipazione e libertà di movimento.

Nelle prime due edizioni, il progetto B.b.b. ha dato alle ragazze del Palestine youth club la possibilità di partire e di venire in Italia per giocare con le squadre di basket popolare romane All reds basket, Atletico San Lorenzo e Bulles fatales. Molte di loro non avevano mai viaggiato prima: per uscire dal Libano, un rifugiato palestinese deve avere un invito ufficiale e, congiuntamente, un visto dall’ambasciata del Paese di ingresso. Un incontro unico dove la pallacanestro rappresenta l’occasione di entrare in contatto con diverse culture e nuove persone con cui condividere esperienze di vita e di sport.

Foto di Daniele Napolitano

Per l’edizione 2019, il progetto si è dato come priorità quella di sostenere la realizzazione di un centro di aggregazione giovanile all’interno di Shatila. Una campagna di raccolta fondi ha permesso di partecipare attivamente alla costruzione delle mura del centro nel quale è stata ospitata la delegazione italiana, con grande calore, lo scorso ottobre. Una volta completato e reso attivo, sarà uno spazio per la comunità in cui si potranno svolgere non solo attività sportive ma anche di sostegno allo studio, workshop per le donne, eventi culturali.

«Era importante capire la loro vita e le loro esigenze, per poter indirizzare meglio la nostra attività di sostegno» dice Peppe degli All reds e continua Luca «fargli sapere che ci sono tante persone che supportano la loro lotta, che non sono soli! ». Il progetto B.b.b. vuole opporsi alla rassegnazione che dilaga all’interno del campo ed essere una forza creativa che aiuta in particolare le nuove generazioni, a trovare non solo la speranza, ma la certezza di poter migliorare la propria vita. Basket beats borders continua ad andare avanti e a tenere gli occhi aperti, in nome di interessi e aspirazioni comuni. «Senza dubbio ci ritroveremo ancora su un campo da gioco. Che sia Roma, Beirut, Madrid, Bilbao o Baghdad. Inshallah!»

 

 

Commenti

commenti

Condividi