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Cappi e manette… e c’è anche chi evoca la ghigliottina! Avanza il partito trasversale dei giustizialisti capeggiato della destra leghista e illiberale alla continua ricerca di capri espiatori. Una destra che, “immemore” dei 49 milioni fatti sparire dal partito fondato da Bossi, vuole spedire nei lager libici i migranti “colpevoli” di non esser morti nel Mediterraneo e vuole richiudere, quelli che sono riusciti a salvarsi, nei centri di detenzione italiani per periodi sempre più lunghi. Una recente sentenza del tribunale civile di Roma (che ha accolto il ricorso dell’Asgi e di Amnesty) ha stabilito che i respingimenti sono illegali e chi li subisce ha diritto a vedersi risarcire il danno, ma soprattutto ha il diritto di presentare domanda di protezione internazionale nel Paese da cui è stato respinto. E ancora, a proposito di illegalità, nel solco della legge Bossi-Fini (che ha sdoganato l’equazione xenofoba “immigrato = delinquente”), i decreti legge Salvini su sicurezza e immigrazione, violano l’articolo 10 della Costituzione sull’asilo, i trattati internazionali a partire dalla Convenzione di Ginevra sui diritti umani, nonché storiche leggi del mare. Ma ancora si attende dal Conte II quel segnale di discontinuità che era stato promesso con l’accordo di governo fra Pd e M5s. È trascorsa anche la Giornata internazionale dei diritti dell’uomo 2019 e nulla è stato fatto né detto di positivo in questo senso da esponenti di governo e dal premier stesso che, mesi addietro, conveniva che si dovessero almeno recepire i rilievi del Capo dello Stato sui provvedimenti firmati da Salvini e divenuti legge.

Ed è tutto un tintinnar di manette nella retorica grillina che accompagna il varo della riforma della prescrizione, che entrerà in vigore il prossimo gennaio, in coda alla cosiddetta legge spazzacorrotti. Che cosa comporta? In pratica al termine del primo grado di giudizio il meccanismo della prescrizione non funziona più. «In presenza di una sentenza di primo grado non vi è più scadenza alla durata del processo», denuncia il costituzionalista Giovanni Russo Spena. Si dilatano così a dismisura i tempi dei processi, che già in Italia hanno durata pari al doppio della media europea. E se è vero che proprio grazie all’istituto della prescrizione possiamo solo scrivere che Andreotti trattò con la mafia fino al 1980, è altrettanto vero che «la durata ragionevole del processo è u principio costituzionale. E dunque “il fine processo mai” è incostituzionale». Sulla riduzione della durata dei processi la riforma Bonafede non dice nulla di chiaro e di definito. Chi è imputato rischia di esserlo a vita e sarà più difficile per le vittime essere risarcite, come spiega Cesare Antetomaso (Giuristi democratici) in questo sfoglio particolarmente ricco di contributi autorevoli. Come quello dell’avvocato Felice Besostri che insieme a Maurizio Turco, segretario del Partito radicale sta preparando un’azione giudiziaria in favore della durata ragionevole dei processi. Turco sta anche portando avanti una iniziativa per un referendum sul taglio dei parlamentari, passato lo scorso ottobre (anche con il sì del Pd) con gran tripudio dei grillini che per l’occasione hanno rispolverato tutta la loro retorica anti casta. Ma ben vedere c’è poco di cui essere contenti visto che, a fronte di un piccolo risparmio (che si sarebbe potuto ottenere tagliando gli stipendi dei Parlamentari) questa riforma costituzionale riduce gravemente la rappresentanza. Inoltre, ad un mese dalla scadenza dei termini, non si parla di referendum confermativo (previsto dalla Costituzione quando è in ballo una legge di riforma della Carta). Perciò con la tesoriera Irene Testa, il segretario del Partito radicale ha deciso di scrivere al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per chiedergli «di intervenire con estrema urgenza, per ripristinare il diritto sottratto ai cittadini della Repubblica ad essere informati».

Colpisce che tutto questo non abbia fin qui suscitato una discussione pubblica ampia e adeguata, dal momento che parliamo di norme che mettono in discussione principi cardine sanciti dalla Costituzione antifascista, come la durata ragionevole del processo, appunto, e che toccano anche la funzione della detenzione che deve essere rieducativa, volta al recupero della persona e non vendetta. Come scrive la penalista Valentina Angeli su questo numero di Left, «i costituenti sapevano che il fascismo si può annidare in ogni espressione ed esercizio del potere pubblico, di cui il potere giudiziario è massima espressione, poiché, attraverso il processo penale, può legittimamente comprimere quegli stessi diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione, principalmente quello alla libertà personale». Di più. L’avvocato Angeli suggerisce con questa sua lettura profonda dei principi costituzionali che nella nostra Carta si può leggere in filigrana un’idea del cittadino come persona a tutto tondo, scevra dall’ideologia religiosa che ci vorrebbe tutti irrimediabilmente segnati dal male, in quanto figli di Caino. La violenza non è innata nell’essere umano e i costituenti, che pure avevano vissuto il fascismo, con grande spessore umano e intelligenza, l’avevano compreso.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 13 dicembre

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