L’11 febbraio è la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza (The International Day of Women and Girls in Science). Indetta il 22 dicembre 2015 dall’assemblea generale delle Nazioni Unite, la giornata nasce in risposta al marcato “gender gap” che ancora si registra nelle discipline Stem (Science, technology, engineering and mathematics) con il fine di «permettere alle ragazze e alle donne il completo ed equo accesso e partecipazione nella scienza». Sicuramente negli ultimi anni la situazione è migliorata e le donne cominciano a diventare sempre più protagoniste della ricerca scientifica: è di appena una settimana fa la notizia che un team dello Spallanzani di Roma, quasi interamente al femminile (14 donne e un uomo), è stato il primo in Europa a isolare il coronavirus. Si pensi anche alla rilevanza mediatica dell’astronauta Samantha Cristoforetti, o al risarcimento ricevuto da Jocelyn Bell (dopo mezzo secolo!) per la scoperta della prima stella pulsar. La strada da percorrere è però ancora lunga. Di fatto, si continua a parlare di donne in scienza e non di scienziate. È necessario quindi andare più a fondo e proporre qualche considerazione diversa.

Ci capita spesso, infatti, di ritrovarci a conferenze a tema “Women in Science” in cui tuttavia si riesce a malapena a grattare la superficie della questione: il più delle volte, viene presentata una serie di dati statistici, interpretati sempre in termini di unconscious-bias (pregiudizi non coscienti). Se da una parte è sicuramente vero che i numeri ci danno un’idea quantitativa del problema, dall’altra si rischia di capire molto poco delle cause sottostanti. Spesso l’unica conclusione proposta è che, essendo sottoposti quotidianamente ad una società di stampo patriarcale, si creerebbe misteriosamente, sia negli uomini che nelle donne, un retro-pensiero di tipo maschilista. Il problema del bias-inconscio si risolverebbe quindi, come da tradizione psicoanalitica, portando alla coscienza il problema. Sebbene parlarne sia comunque un inizio, a noi sembra una condizione necessaria ma nient’affatto sufficiente. Crediamo invece fondamentale ampliare lo sguardo e ricercare le cause sociali e storiche che hanno visto per millenni la donna e la scienza come due mondi inconciliabili.
Dobbiamo quindi affrontare da una parte il pensiero che ha sempre negato alla donna l’accesso alla conoscenza, in quanto priva di un’identità umana uguale e diversa da quella dell’uomo, e dall’altra il pensiero che ha sempre dipinto la scienza come esercizio unicamente razionale in rapporto asettico con la sola percezione.
Ripercorrendo la storia del pensiero in Occidente, ci si accorge che le radici di queste due proposizioni affondano entrambe in Antica Grecia a partire dalla dicotomia: donna-irrazionale, uomo-razionale. L’irrazionalità delle donne è un elemento pericoloso e potenzialmente distruttivo, ragione per cui devono essere assolutamente escluse da ogni forma di conoscenza.

È Esiodo (VII secolo a.C.) uno dei primi a raccontarcelo. Secondo il mito narrato nella Teogonia, infatti, fu la curiosità e il desiderio di conoscenza di Pandora – prima donna della mitologia greca – a portare sulla Terra ogni calamità e sciagura. «Da Pandora discende la razza delicata e funesta delle donne, le quali andarono a vivere con gli uomini, tormentandoli con le loro pretese e le loro molestie». Dal mito alla filosofia il passo non è stato lungo. Platone prima e Aristotele poi ratificheranno l’esistenza di una differenza ontologica tra uomo e donna. Il pensiero greco con la centralità del logos, prerogativa dell’uomo, influenzerà tutta la cultura e la filosofia occidentale dei secoli a seguire. Non c’è da stupirsi quindi se il percorso di accesso all’istruzione delle donne in Occidente fu lungo e tortuoso. Montaigne, nella metà del 1500 scrive: «La conoscenza è una spada pericolosa se tenuta in mano da persone deboli e che non sanno usarla. Pertanto non è opportuno chiedere troppa scienza alle donne». Fino alla fine dell’Ottocento, infatti, non si può parlare di una vera e propria istruzione femminile, ma piuttosto di una “educazione” finalizzata a rendere le ragazze graziose e cortesi. Sebbene quindi fosse accettato che le donne sapessero leggere, scrivere o persino suonare (a patto di non eccellere in nulla!) restava assolutamente inconcepibile che una donna studiasse la matematica, la chimica o la fisica. Pregiudizio che permane tuttora nelle “scienze dure”.

Lontano da quel mondo culturale, una proposizione di immagine di donna diversa e possibile irrompeva nella storia a cavallo tra il IV e il V secolo. Ipazia d’Alessandria fu una donna libera e una scienziata poliedrica – matematica, astronoma e filosofa. Paradigma impensabile per il pensiero occidentale dell’epoca (poteva solo essere una strega!). In quegli anni, infatti, si andava consolidando l’alleanza tra l’Impero romano, riproposizione del logos greco, e il cristianesimo, divenuto ufficialmente religione di Stato nel 380. L’incontro della bella Ipazia con questa cultura, che fondeva insieme logos e religione, ebbe per lei un terribile epilogo: «Una massa enorme di uomini brutali, veramente malvagi» i parabolani del vescovo Cirillo «uccise la filosofa … e mentre ancora respirava appena, le cavarono gli occhi» (Damascio). Cosa scatenò tanta violenza? Aveva forse reso la scienza qualcosa di più di un mero esercizio logico proprio della razionalità umana? Aveva proposto una nuova dimensione, quella femminile e irrazionale, che doveva essere resa invece inesistente?

La storia ci ha dimostrato l’evidenza del fallimento dello slogan femminista che dice: “La donna è uguale all’uomo”. Una visione cieca, che nega la diversità nell’uguaglianza, e quindi l’identità, diversa, propria di ogni essere umano. Come scriveva Giulia Ingrao su Left del 3 giugno 2017: «Qui non si tratta di ripetere le battaglie femministe. Si tratta di lasciare agli esseri umani la possibilità di vivere in quanto uomo o donna, ognuno con la propria identità, qualsiasi sia il lavoro che fanno».
Nell’area Stem forse c’è bisogno di recuperare una dimensione più umana, collettiva, che guardi all’identità professionale lasciando la specificità uomo/donna all’ambito privato. Nella storia sono davvero pochi gli scienziati che hanno elaborato le proprie teorie in totale solitudine. La scoperta del singolo scienziato diventa una solida teoria scientifica in quanto si sviluppa nel rapporto/confronto con gli altri e con la realtà del mondo: la scienza è fatta di collaborazioni, lavoro di gruppo e dialettica. Allo stesso tempo c’è bisogno di scardinare quegli stereotipi caratterizzati dalle associazioni logiche “Vero – Razionale” e “Fallace – Irrazionale”.

Potremmo partire dall’idea che nessuna scoperta può avvenire se si prescinde dall’immaginazione umana. Sebbene infatti, nel rapporto con la natura, sia necessaria una logica ferrea, la genialità di uno scienziato si trova in quel passaggio tutto irrazionale che va dall’osservazione del fenomeno all’idea della teoria. Ci piace ricordare, a questo proposito, una lettera che Albert Einstein scrisse all’amico Maurice Solovine il 7 maggio del 1952, nella quale egli descrive il processo mentale della scoperta, aiutandosi con un disegno. Una linea orizzontale “E”, l’esperienza, è collegata tramite una curva ad un circoletto “A”, gli assiomi, elementi fondanti una teoria, da cui si ramificano le conseguenze, quei punti S, S’, S’’ che rappresentano gli enunciati particolari deducibili dalla teoria. Se l’idea A era giusta, necessariamente i punti S dovranno riconnettersi all’esperienza, chiudendo il ciclo.
Con l’emergere di nuovi dati, saranno poi necessarie nuove ipotesi, in un circolo senza fine.
Quella linea curva che collega l’esperienza E con la teoria A è la chiave di volta: lì vi è racchiusa la creatività dello scienziato, che formulerà le proprie idee attraverso un pensiero intuitivo e non razionale: «Non c’è alcuna via logica che porti a queste leggi elementari; solo l’intuizione sostenuta dal fatto di essere in contatto simpatetico con l’esperienza». La logica e la razionalità staranno poi nei segmenti retti che collegano il circolo A con i punti S, e i punti S con la retta E.

Siamo convinte che, riuscendo a trovare anche nella scienza una dimensione in cui l’immaginazione e l’irrazionalità riescono a fondersi e amalgamarsi con il rapporto logico e reale con la natura, l’impresa di cancellare i bias-inconsci troverebbe un suo naturale corso. Con la conseguente consapevolezza che noi donne potremo permetterci, se lo desideriamo, di “indossare tacchi” ed essere scienziate e gli uomini potranno recuperare quella dimensione di sensibilità che la cultura dominante gli ha negato per millenni. L’incantesimo sarebbe spezzato.

L’articolo è stato pubblicato su Left del 7 febbraio 2020

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