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Gli effetti della pandemia di coronavirus, come la crisi economica del 2008, falsificano la teoria secondo cui gli automatismi del mercato debbano governare l’economia. Oggi più che mai è dimostrato che il benessere e la qualità della vita dipendono in primis da uno Stato che funziona

In un momento così drammatico e incerto, è difficile scrivere di economia. Il pezzo va inviato ed impaginato rispettando i tempi della tipografia e arriva al lettore alcuni giorni dopo, quando la situazione potrebbe essere molto diversa. Ecco, forse per discutere di economia dovremmo partire proprio da questa parola: incertezza.
In una situazione troppo confusa posso attendere la settimana successiva per decidermi a scrivere il mio articolo, ma se, in un contesto di incertezza generalizzata, un numero consistente di imprenditori, consumatori e famiglie rimandano le proprie decisioni perché il futuro è troppo incerto, l’economia si blocca. Anche se i soldi fossero sempre a disposizione sui conti delle famiglie e delle imprese, anche se le strutture produttive fossero perfettamente funzionanti e i lavoratori pronti a entrare nelle fabbriche, il rinvio delle spese implica nell’immediato redditi ridotti per chi produce quelle merci, non venendo esse più acquistate. L’attività economica allora si contrae, le aspettative peggiorano ulteriormente e si genera una crisi.

Nella sostanza la paura della crisi può essere essa stessa la causa della crisi. Al di là di quello che può succedere oggi – quando all’incertezza soggettiva si aggiungono gravi circostanze oggettive – abbiamo qui un nodo teorico fondamentale, che differenzia la teoria neoliberista da quella keynesiana. La prima crede nella stabilità dei mercati, la seconda sottolinea l’incertezza e l’instabilità dell’economia capitalistica. La prima pensa di conseguenza che gli automatismi del mercato debbano governare l’economia, la seconda che per evitare crisi e disoccupazione siano necessarie politiche pubbliche di stabilizzazione.

Seguire la prima tesi, come è stato fatto negli ultimi decenni, ha avuto conseguenze di enorme portata sui nostri sistemi sociali ed economici: in Europa i governi hanno adottato vincoli di bilancio e rinunciato alla sovranità monetaria, mentre in tutto il mondo si è pensato che i mercati potessero sviluppare strumenti autonomi per proteggersi dall’incertezza. Anche da qui ha avuto origine quell’immensa mole di titoli derivati che ha generato la crisi del 2007-2008: il rischio individuale, trasferito a livello sistemico, ha prodotto il crollo. Quella crisi ha mostrato…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 13 marzo 

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