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Diversamente da altri leader europei, Boris Johnson è deciso a rifiutare le misure draconiane per contenere il coronavirus. Una scelta che colpirà soprattutto i più deboli e vulnerabili, frutto di una spietata scommessa costi/benefici tra vite umane e performance economica

La crisi sociale e sanitaria scatenata dal coronavirus sta mettendo a nudo l’assurdità e la crudeltà delle scelte attuate negli ultimi dieci anni dai governi conservatori (con il determinante aiuto dei LibDem, in coalizione con Cameron dal 2010 al 2015).

Il Servizio sanitario nazionale (Nhs) fiore all’occhiello del Paese, ha subito tali e tanti tagli nel corso dell’ultimo decennio che nel dicembre 2019 ha fatto registrare i suoi peggiori risultati di sempre. Un sistema sanitario, dunque, che va regolarmente in crisi d’inverno a causa della “normale” influenza stagionale, con liste d’attesa che diventano infinite, carenza di posti letto e staff sanitario allo stremo. Inutile dire quali sarebbero per un sistema così ridotto le conseguenze di una epidemia su larga scala di un virus che richiede un numero elevatissimo di ricoveri.

Ma anche il sistema di welfare non è minimamente attrezzato per far fronte alla crisi: centinaia di migliaia di cittadini sono intrappolati in contratti di lavoro che non garantiscono il congedo per malattia. Infine, chiudere le scuole vuol dire condannare migliaia di alunni a rinunciare all’unico pasto caldo e nutriente della giornata, perché costretti in situazioni familiari sotto alla soglia di povertà, costretti all’utilizzo delle food bank, istituti di beneficenza che fanno ciò che lo Stato non fa: cercare di garantire che migliaia di propri concittadini non muoiano di fame.

Questo è un quadro inaspettato per chi, come molti in Italia, è abituato a pensare che la Gran Bretagna sia rappresentata dal luccichìo di Londra, la capitale finanziaria mondiale tutta grandi grattacieli e ristoranti stellati. Ma la realtà britannica è…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 20 marzo 

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