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L’immagine di papa Francesco che attraversa via del Corso in una Roma pressoché deserta, seguito a pochi passi dalla sua scorta personale. Non indossa la mascherina protettiva, non porta a passeggio nessun cane, non sta andando a fare la spesa. È uscito dal territorio Vaticano, scrivono tutti i giornali, per andare a pregare per la fine della pandemia. La foto campeggia per un giorno intero sulle home page delle principali testate nazionali, dall’Ansa, al Corriere della sera a Repubblica. L’abbiamo vista tutti ed è sempre la stessa scena, al massimo ripresa da un’angolatura leggermente diversa. Bergoglio non compare mai mentre prega.

Quella foto quindi non ritrae il capo della Chiesa ma un capo di Stato. Un capo di Stato straniero che attraversa indisturbato un luogo simbolo della Capitale di un altro Stato nel quale vige un decreto in cui si stabilisce che per frenare la diffusione di una pandemia letale si può circolare solo per motivi eccezionali. Lui è indifferente a tutto questo. Come abbiamo più volte dimostrato su queste pagine nel caso della pedofilia, a proposito per esempio dell’omessa denuncia nei confronti dei sacerdoti violentatori, gli ecclesiastici, dal capo in giù, credono di essere in diritto di vivere al di sopra e al di fuori delle leggi terrene, le nostre in particolare. Quella “passeggiata”, oltre a dire ai fedeli che se il virus uccide è perché così Dio ha stabilito, sembra quasi voler affermare chi è che comanda in Italia. Già, l’Italia.

Il nostro Paese è ancora l’epicentro mondiale della pandemia da coronavirus e mentre scriviamo non è chiaro quando sarà raggiunto il picco dei contagi e, purtroppo, dei decessi (a chi desidera aggiornarsi e approfondire, consigliamo la pagina Facebook Physicists against sars-cov-2 e il sito Worldometers). È presto quindi per capire fino a che punto sarà efficace la strategia di mitigazione attuata dal governo Conte per evitare che tutte le nostre regioni, dopo Lombardia e Veneto, siano colpite contemporaneamente dallo tsunami di Covid-19. Sarebbe il collasso dell’Italia e non solo del Sistema sanitario nazionale che fin qui – di sicuro non grazie alle preghiere del papa e nemmeno ai 37 miliardi di tagli subiti in dieci anni in favore dei privati, ma alla professionalità di medici, infermieri e operatori – ha retto l’urto violentissimo del nemico invisibile.

Dopo quasi due settimane di lockdown possiamo dire che anche i normali cittadini, tranne alcune eccezioni, abbiano sostanzialmente accettato la raccomandazione istituzionale di restare chiusi in casa e di uscire (mantenendo le distanze di sicurezza) solo quando non è possibile farne a meno. Ne va della salute di tutti. In primis, quella delle persone più vulnerabili che, stando ai dati dell’Istituto superiore di sanità su infezioni/decessi da Covid-19, sono gli anziani over 70 e coloro che soffrono di ipertensione arteriosa e/o di patologie all’apparato respiratorio, oncologiche, cardiache. Spesso questi diversi profili coincidono.

«Tranquilli ma attenti. È l’atteggiamento più giusto. E quando tutto sarà passato dovremo fare due chiacchiere» ha scritto Salvo Di Grazia su Left la scorsa settimana. Ecco, noi “due chiacchiere” vorremmo farle subito a proposito di Bergoglio che prima ha autorizzato l’apertura dei luoghi di culto per consentire di pregare a chi è in cerca di conforto, e poi ha dato il “buon” esempio con la passeggiata romana verso un luogo, appunto, di culto. Non ha pensato il papa che tra i destinatari del suo messaggio mediatico ci sono soprattutto persone anziane, cioè la fascia di popolazione più a rischio di morte nel caso di infezione da coronavirus? Pare di no. Ma, peggio ancora, non se ne sono curati nemmeno tutti quei media italiani che hanno fatto a gara nel rilanciare “acriticamente” la foto e la notizia di un papa che sta andando a pregare… Peraltro, se il punto è rispondere a una richiesta di conforto – citando gli psichiatri Anzilotti e Telesforo che troverete nello sfoglio -, poiché il rischio è reale, «avere paura del contagio è una reazione sana, se la paura diventa angoscia allora c’è la psicoterapia».

E qui torniamo al ruolo cruciale della medicina e della scienza. E di una visione laica della società che mette al centro la qualità della vita e il benessere delle persone. Cioè, in questo momento: la loro salute. A questo pensiamo quando leggiamo le pagine del sinologo Federico Masini che qui racconta degli storici rapporti di collaborazione reciproca tra l’Italia e la Cina. Con Pechino che mentre ancora non ha quasi del tutto ammansito la “bestia” pandemica spedisce qui da noi – il Paese più in difficoltà – una squadra di medici e ricercatori e 31 tonnellate di materiale sanitario utile a gestire l’emergenza.

E a questo pensiamo di fronte alla notizia che in Lombardia arriveranno medici da Cuba e dal Venezuela (due Paesi, specie Cuba, abituati a mettere a disposizione le loro competenze scientifiche nei luoghi più a rischio senza fare tanti calcoli: che sia un Paese africano devastato dall’ebola o gli Stati Uniti colpiti da un uragano). Tutt’altro vien da pensare, e lo raccontiamo nella storia di copertina, dopo aver ascoltato nei giorni scorsi lo spietato calcolo costi/benefici tra vite umane e performance economica eseguito da Christine Lagarde e Boris Johnson. Con poche semplici, gelide frasi, prima la presidente della Bce e poi il premier britannico ci hanno ricordato quale barbarie può diventare la politica quando non “vede” più gli esseri umani e li tratta come numeri.

E che dire di Matteo Salvini che torna a magnificare l’autonomia regionale, cioè la pietra tombale del Sistema sanitario nazionale che in questo momento sta salvando migliaia di vite umane? Tutti degni fautori dello stesso modello “sociale” ed economico di riferimento del presidente Usa, Donald Trump, che in settimana si è distinto nel tentativo di accaparrarsi una azienda farmacologica tedesca che sta lavorando a un vaccino contro il coronavirus, mettendo sul piatto un miliardo di dollari. «Vogliamo sviluppare un farmaco per tutto il mondo e non per singoli Paesi» si è sentito rispondere Trump dal destinatario dell’offerta, Christof Hettich. Forse c’è una prima luce in fondo al tunnel. Resistiamo.

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 20 marzo 

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