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«C’è un’emergenza nell’emergenza per la quale le istituzioni non hanno ancora speso una parola», dice chi assiste ogni giorno il proprio familiare non autosufficiente e deve fare i conti, tra l’altro, con la chiusura dei centri diurni e l’assenza di assistenza domiciliare

L’emergenza causata dall’epidemia da Covid-19 è doppia quando si vive già in emergenza. Magari da una vita. È la condizione dei caregiver, termine inglese che indica “colui che si prende cura”, spesso h24, del proprio familiare non autosufficiente. In Italia si calcola – secondo il rapporto Istat del 2019 – che siano oltre due milioni le famiglie che hanno al loro interno una persona disabile grave. «Famiglie che già vivono in una semiclausura, in una situazione di deprivazione relazionale» dice Alessandro Chiarini, presidente di Confad, Coordinamento nazionale famiglie con disabilità. Solo che adesso quella situazione già di per sé grave, è ulteriormente peggiorata, con la chiusura dei centri diurni, delle scuole e anche con l’impossibilità dell’assistenza domiciliare.

In questa situazione di abbandono e solitudine, sottolinea Chiarini, sarebbe stato necessario «un sostegno economico, ricomprendendo i caregiver nelle misure straordinarie messe in campo per le famiglie». E invece nulla. Nel decreto Cura Italia c’è solo l’estensione dei permessi in base alla legge 104, nessun voucher temporaneo o altri interventi. «Nonostante gli annunci sul fatto che nessuno sarebbe rimasto indietro, ancora una volta le famiglie con disabilità sono sempre più dimenticate», dice il presidente Confad.

La sensazione di vivere in una situazione di abbandono è ancora più forte in questo momento. Lo spiega bene Irene Gironi Carnevale, madre di un ragazzo autistico di trent’anni. Molto attiva a Roma nell’ambito delle battaglie per la disabilità, fa riferimento alla onlus Oltre lo sguardo di Elena Improta e cerca di portare avanti progetti a livello di municipio. «Nessuna delle istituzioni in questi giorni – dice – ha fatto mai parola sulla disabilità, non ci sono dati medici sulla presenza di disabili tra i morti o i contagiati, nessuno ci ha detto di percorsi sanitari dedicati per i disabili, che già non esistono in tempi normali, e io ne so qualcosa, figuriamoci adesso», dice con amarezza. Irene parla della difficoltà sua, e di altre madri, in questi giorni, nel riuscire semplicemente a portare i propri figli fuori casa e poi il grande interrogativo sull’eventuale contagio: «Dove andremo?…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 20 marzo 

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